Ammalarsi di cause “carcerogene”. E morirne. Con una media di suicidi 19 volte superiore rispetto all’esterno: l’ultimo, a Bologna, qualche giorno fa, un 34enne marocchino in attesa di giudizio. E tante, troppe morti per “cause da accertare”. Valerio Guizzardi non usa mezzi termini per parlare delle carceri italiane , vicine alla “catastrofe umanitaria”. Un problema sollevato ad intermittenza di fronte agli episodi più drammatici, suicidi appunto, e rivolte (risale a pochi giorni fa quella dei detenuti nel carcere di Parma), ma che puntualmente ricade nel dimenticatoio della politica.

Guizzardi, che da ex militante di Autonomia Operaia ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza del carcere, dal 2001 è responsabile per l’Emilia Romagna dell’Associazione Papillon-Rebibbia Onlus, nata come associazione culturale e presto diventata baluardo di difesa dei diritti dei carcerati. Perché un detenuto è sì privato della propria libertà personale, ma continua a godere dei diritti fondamentali sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: alla salute, all’istruzione, alla cura, all’affettività. Ciò cui le condizioni di disumano sovraffollamento delle carceri (68mila detenuti circa a fronte di una capienza di poco meno di 46mila unità) e la cronica carenza finanziaria non consentono di ottemperare.

Da una regione virtuosa come la nostra ci si potrebbero aspettare differenze in positivo rispetto alla situazione nazionale.

“Purtroppo le carceri emiliano-romagnole sono perfettamente allineate al disastro generale. In regione sono oltre 5mila i cittadini detenuti in 13 carceri che ne potrebbero ospitare 4mila. Il carcere bolognese della Dozza ha il 180% di sovraffollamento, uno dei più alti d’Italia: celle di 12 metri quadrati nelle quali convivono dai 3 ai 4 detenuti. Gambe da sgranchirsi a turno perchè non c’è spazio per più di una persona in piedi. Ventidue ore al giorno passate su una branda, la tv sempre accesa. Condizioni dalle quali nascono disagi psichici, patologie, frequenti tentativi di suicidio. A ciò si aggiunge la cronica mancanza di fondi che sta rendendo difficile pure assicurare il vitto, una sanità che non funziona, la cronica mancanza di medicinali: ecco perchè siamo di fronte ad una situazione esplosiva, che imporrebbe l’intervento delle istituzioni”.

A fronte di ciò invece pare ci siano problemi anche sulla figura del Garante Comunale dei detenuti, la dottoressa Elisabetta Laganà, sulla quale avete avanzato le vostre perplessità.

“La sua elezione è stata un errore poiché in quanto ex Giudice onorario per il Tribunale di sorveglianza di Bologna e concorrente dunque alla formulazione delle sentenze la dottoressa Laganà non possiede il requisito fondamentale della giusta distanza dai detenuti i cui diritti è chiamata a difendere. Sulla sua nomina non hanno pesato criteri di idoneità quanto calcoli partitici. Per questo stiamo preparando il ricorso al Tar. E’ una vicenda che ci amareggia anche perchè non siamo stati interpellati nella scelta del garante: un atto di arroganza ed autocrazia che disattende le più opportune regole democratiche”.

La tua battaglia è anche di ordine linguistico: non parli di detenuti ma di “cittadini detenuti” o “privati della propria libertà” quasi che occorresse ristabilire una verità semantica come presupposto necessario ad una ridefinizione sostanziale della figura del carcerato.

“E’ vero, è un lessico di cui vogliamo essere custodi, per non accodarci, nemmeno linguisticamente, alla mostrificazione e al giudizio sociale imperante sui detenuti, anche se oggi la situazione imporrebbe di parlare più di “prigionieri”. Quella che stiamo vivendo all’interno delle galere è una vera e propria guerra di classe. Solo il 12% della popolazione carceraria è costituita da affiliati alla malavita organizzata. La maggioranza assoluta è costituita da persone provenienti dal bacino dell’esclusione sociale e delle potenziali devianze. Stiamo dunque parlando di cause politiche, di una società che non funziona, nella quale la redistribuzione del reddito è iniqua e il sistema capitalistico mostra le sue falle”.

Il nuovo ministro della giustizia, Paola Severino, sembra aver preso in carico la questione: è atteso a giorni il pacchetto di misure anti sovraffollamento, dopo l’accantonamento della questione braccialetto elettronico.

“Il braccialetto elettronico è una misura ridicola, con costi di gestione spropositati. Basti pensare ai soldi regalati dallo stato a Telecom qualche anno fa per volontà dell’allora ministro Castelli: 11 milioni di euro per 450 braccialetti ora a marcire in qualche scantinato. Il problema è che ogni mese entrano tra i 400 e i 600 detenuti al netto di quelli che escono, e non si ha la volontà politica di approntare l’unica soluzione possibile perchè proporre amnistia o indulto equivarrebbe a perdere voti e faccia. Noi di Papillon avanziamo da anni le stesse proposte: abolizione secca della Bossi-Fini, della Fini-Giovanardi e della ex Cirielli sulla recidiva, amnistia generalizzata  e indulto, che dimezzerebbero immediatamente la popolazione carceraria,  depenalizzazione di reati minori e fine dell’uso dissennato della custodia cautelare.  Proposte confortate ancora una volta dai numeri: secondo le statistiche chi usufruisce di misure alternative al carcere ha una recidiva del 19%, contro il 70% di chi sconta l’intera pena al carcere. A dimostrazione, come scriveva Foucault già nel 1975 nel suo saggio “Sorvegliare e punire” che l’applicazione penale in carcere è fallimentare, disattendendo i propri stessi principi rieducativi. La cooperativa Croce Servizi di Casalecchio di Reno, da me fondata qualche anno fa, è la dimostrazione più lampante: un gruppo di detenuti in regime di penalità esterna che si occupano di anziani e disabili. Il tasso di recidiva dei soci è pari zero. Ci sembra una bella vittoria”.

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