Una parte della nuova inchiesta che scuote il Pirellone porta direttamente nei cantieri dell’autostrada Brebemi (Brescia, Bergamo, Milano) dove, secondo gli inquirenti, sono stati sepolte tonnellate di rifiuti tossici. Infatti al fianco del’ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo Franco Nicoli Cristiani, è finito dietro le sbarre anche Giuseppe Rotondaro, coordinatore degli staff dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente), accusato di aver intascato una tangente dalla ‘Locatelli Spa’ per eludere i controlli ambientali sulla bretella autostradale che collegherà le tre città lombarde.

Sotto la lente degli investigatori il cosiddetto “tratto due”. E’ lì che le ditte di Pierluca Locatelli depositavano gli inerti che, secondo carabinieri e Antimafia di Brescia, sono contaminati da sostanze altamente pericolose. Tra queste montagne di cromo esavalente in attesa di essere sepolte per sempre nascoste dal manto stradale.

Sono enormi, a tratti sterminati i cumuli di ciò che in gergo tecnico viene definito “loppa d’altoforno”: una sorta di ghiaia di tonalità brunastra generata dalla fusione dei metalli. Una cenere pesante amalgamata giudicata per qualità statiche un ottimo stabilizzante del fondo stradale, ma estremamente pericolosa se non depurata dalle sostanze nocive. Altrimenti la sostanza può contaminare il terreno con tutto quello che ne consegue: dalle falde acquifere, ai campi coltivati fino alla catena alimentare dell’uomo.

Le riprese, effettuate nei mesi estivi nei cantieri di Bariano, Urago, Cassano, complice la scarsa presenza degli addetti ai lavori, non lasciano dubbi: scarti depositati ovunque lungo il tracciato, a ridosso dei campi e lungo i fossi. Materiale tossico sotto il quale sporgono sottili membrane di tessuto non-tessuto: fogli sintetici che dovrebbero impedire agli elementi tossici di finire in profondità.

Al cantiere di Bariano, dove per ora i lavori sono sospesi, il gruppo Locatelli trasportava gli inerti provenienti dalla vicina cava di Calcinate, dove i materiali, invece che depurati, uscivano tali e quali in direzione Brebemi.

Tra le tante irregolarità, un posto di rilievo lo merita il trattamento delle acque derivate dallo scavo in profondità dei piloni. La normativa prevede che queste vengano depurate in apposite vasche di decantazione, peccato che in questo caso i liquami siano stati sversati direttemente nei rivoli dei fossi, in rogge e canali, nel letto dei fiumi.

di Andrea Mihaiu e Valentina Bazzardi