Il tribunale di Milano assediato da sostenitori e detrattori di Berlusconi quando era ancora presidente del Consiglio

Ci sono le feste di Arcore, le ragazze, i pagamenti. C’è la famosa notte in Questura. Ci sono le intercettazioni e i nomi: quelli di Silvio Berlusconi, Nicole Minetti, Lele Mora, Emilio Fede. C’è quello di Ruby, la giovane marocchina dagli “atteggiamenti sessuali complessi”. C’è la corte dei miracoli del Cavaliere: dal commercialista Spinelli a tutto l’elenco delle olgettine. Insomma, in aula oggi c’è il Rubygate. Ma non c’è più la sensazione dello scandalo e la curiosità popolare di andare a vedere le carte (per anni coperte) dell’ex presidente del Consiglio. Vizi privati e pubbliche virtù. Il detto ora non affascina più. Tutto qui si stempera. Il palazzo di Giustizia di Milano assorbe e digerisce ogni cosa. La cronaca, il clamore, l’indignazione. Fuori c’è solo il grigio di un venerdì d’inverno. Niente più truppe cammellate, niente comizi, assenti bandiere e microfoni pro-Silvio. Per strada passanti distratti e qualche cameramen ghiacciato. Dentro, l’ufficialità del processo, con tutte le sue grige formalità, derubrica lo scandalo a una semplice storia di prostituzione.

Silvio Berlusconi unico imputato non c’è. Ci sono i suoi avvocati: Niccolò Ghedini Pietro Longo e Giorgio Perroni. Che alla corte consegnano una lettera: l’onorevole oggi non può. E oggi in programma c’è l’audizione del vice-questore Marco Ciacci, capo della polizia di Stato. Si attende di capire come tutto è iniziato: dove e quando. Nove e mezza pronti via e Ciacci, completo grigio e pizzetto rifinito, inizia l’attesa. Per tre ore aspetta sulle panchine di marmo fuori dal tribunale. Mentre dentro si consuma l’ennesima battaglia della difesa a colpi di eccezioni. A serata l’udienza metterà in archivio solo due teste su sette sentiti dalla Corte.

Ghedini e Longo giocano di rimessa, ma sono bravissimi. Il pm Antonio Sangermano, come chiesto dal Tribunale, ha appena depositato gli atti relativi alle acquisizioni dei supporti informatici ritrovati durante le perquisizioni in via Olgettina 65. Era il 14 gennaio scorso. E oggi, a poco più di un anno dallo scandalo che ha travolto il Cavaliere, siamo all’udienza numero tre. Pochi metri dal via insomma. La verità giudiziaria è ancora lontana. Tanto più che i campanili giuridici degli avvocati sono la plastica dimostrazione di un processo che di immediato ha ben poco.

I legali si passano la palla. Intesa magistrale. Sul punto non perdono un metro: gli atti appena depositati devono essere letti. Ma prima decine di eccezioni che ingolfano la macchina. Insomma si prende tempo. Passa un’ora. Alla Corte viene chiesto di decidere su queste prove: acquisirle o meno. Ma comunque decidere perché, sostiene la difesa, le domande ai teste bisogna farle con tutte le prove a disposizione. E non si tratta solo dei supporti informatici (cellulari e computer) trovati nei cassetti delle ragazze. Ci sono anche i tabulati telefonici di Ruby. Faldone numero tre per la cronaca. Durante la pausa il collegio difensivo studia, spulcia, annota. Il più attento è Ghedini. L’avvocato-parlamentare compulsa gli atti. Il volto inespressivo. Pietro Longo osserva. Perroni esce ed entra dall’aula.

Ore 11 entra la Corte. E, dunque, sotto con le eccezioni. Di nuovo. Quei tabulati non vanno bene. Longo parla e motiva. Solleva errori materiali: cellulari confusi e altre puntiglierie che innervosiscono e non poco Antonio Sangermano. Il magistrato ascolta in silenzio e prende appunti. La difesa è ancora in palla. E deposita due memoria. Chiede alla Corte di decidere. Poi tocca al pm che trattiene a stento la rabbia. Parla di strumentalizzazione. Sostiene che la difesa solleva eccezioni su questioni, le prove, già acquisite e che comunque, a suo dire, poco hanno a che fare con l’audizione dei teste. “Se va avanti così questo processo durerà all’infinito”. Finisce con un battibecco. Ghedini ci prova. Ma non è aria. La Corte sospende ancora. “Vogliono fare in fretta”, confiderà Ghedini a microfoni spenti. Venti minuti dopo mezzogiorno, di nuovo la Corte. Poche parole per frantumare la linea Maginot della difesa.

Marco Ciacci ha atteso per tre ore. La borsa dei documenti sempre vicina. Sangermano lo chiama. Finalmente si può iniziare. Da dove? Dal 29 luglio 2010, data in cui si accendono i telefoni della procura. L’input è subito squadernato: prostituzione e favoreggiamento. La conferma arriva dal commissariato Monforte e dal suo dirigente che da tempo indaga e che il 28 maggio 2010 inciamperà per la prima volta in Karima El Mahroug. Le indagini partono. I vari organi di polizia agganciano vari pezzi del puzzle. La squadretta di Ciacci inizia ad annotare i brogliacci. Di chi? Il poliziotto recita un lungo elenco. Ci sono tutte le ragazze. C’è Fede, la Minetti, Mora. L’ordine è intercettare per poco tempo. Obiettivo: confermare i singoli episodi. E con le conferme arrivano le cene eleganti (da agosto a dicembre 2010) di villa San Martino. Località Arcore. Residenza di Berlusconi. “Diciassette eventi”, spiega Ciacci che traduce cene in episodi di prostituzione. Ad Arcore, ma non solo. Per alcune ragazze, infatti, la prostituzione era mestiere quotidiano. Michel Coincecao, ad esempio, Ruby e Iris Berardi. A confermarlo, agende, intercettazioni e una lettera in cui un anonimo scrive alla madre della Berardi. “Ma se è un anonimo la lettera non può essere acquisita”, eccepisce Longo.

Lo scandalo è servito. A scodellarlo la voce monocorde del poliziotto. Sì perché nomi e luoghi che dal 26 ottobre 2010 (data in cui Il Fatto Quotidiano rende pubblica la notizia) hanno frantumato la reputazione di Berlusconi, ora ritornano attutiti e senza emozione. Passato il circo mediatico, alla fine resta il reato. A ipotizzarlo è sempre Ciacci che per quelle cene parla di “prostituzione in case private” “intermediazione del sesso” e “pagamenti”. Tre passaggi contrappuntati da tre nomi: Fede, Mora e Minetti. Lei, Nicole, giovane consigliere regionale e, per l’accusa, ufficiale pagatore delle arcorine. Pagamenti che, prosegue Ciacci, avvenivano sotto forma di denaro contante, ma anche di tanto altro: auto, prestazioni mediche, gioielli che il Cavaliere aveva l’abitudine di comprare in serie alla gioielleria Re carlo di Valenza Po: 2.400 euro a pezzo. Berlusconi ne comprerà 98 per un cifra totale di poco meno di 240mila euro.

Intanto, con accusa e difesa che si scambiano sorrisi e accuse, si arriva a Karima El Mahroug. Notizie certe si hanno a partire dal 2009. Ciacci elenca documenti, atti e fotografie. Anzi le mostra. Sono quelle di Ruby durante uno spettacolo erotico in un locale di Genova, quello del suo fidanzato Luca Risso. E per Ruby il sesso è quasi una patologia. Sangermano racconta di video erotici lanciati su internet con una Ruby minorenne. In pochi minuti e in aula viene tratteggiata una ragazza dalla “sessualità complessa”. “Una – dice Ciacci – che i servizi sociali indicano in atteggiamenti che simulano prestazioni sessuali anche in pubblico”. Viene definita “una personalità dai comportamenti manipolativi e seduttivi”. E poi ci sono le fughe di Ruby. La marocchina inizia a scappare nel 2006. Tre anni dopo la ritroviamo a Milano. Eppure dal settembre 2009 alla fine dell’anno la sua vita in riva al Naviglio resta pressoché sconosciuta. L’ultimo trampolino siciliano per lei non è la comunità in provincia di Messina, ma il concorso di bellezza a Taormina. Qui dà una nome falso e cattura il cuore di Emilio Fede che il 14 febbraio 2010 l’accompagnerà per la prima volta ad Arcore. Da qui in poi, il processo corre rapido: Sangermano domanda, Ciacci snocciola dati e la difesa resta in silenzio. Confermate tutte le serate a villa San Martino. E finale sulla notte in questura: 27 maggio 2010, prima il fermo in corso Buenos Aires, poi l’arrivo in Fatebenefratelli. Detto, chiuso e aggiornato al 12 dicembre. Una data che a Milano ricorda ben altro rispetto alle cene eleganti del Cavaliere.