Parlare di mafia a Roma? “Titoli diffamatori”, spiegava il sindaco di Roma Gianni Alemanno il 24 maggio scorso, dopo l’audizione in commissione sicurezza della Regione Lazio del pm della Dna Diana De Martino. Eppure il magistrato aveva usato parole chiare, precise, dettagliate: “Roma è un mercato ideale per la criminalità organizzata in quanto città tranquilla dove c’è posto per tutti”. Parole dettate dalla lunga esperienza che De Martino ha accumulato negli anni passati, quando insieme al pm Francesco Curcio – oggi alla Dda di Napoli – condusse le inchieste sui rapporti tra ‘ndrangheta e camorra con i politici del sud pontino.

Rileggendo i commenti dei mesi scorsi del primo cittadino di Roma – che giovedì scorso ha pronunciato probabilmente per la prima volta la parola mafia, riferendosi al duplice omicidio di Ostia – ne esce fuori un quadro rassicurante. Sempre lo scorso maggio Alemanno si diceva sicuro dell’assenza di problemi legati alla criminalità organizzata nella sua città: “Ho sentito il prefetto, il quale a sua volta ha parlato con la Direzione distrettuale Antimafia – ha raccontato il sindaco – e ci sembra che la situazione sia decisamente sotto controllo”. Bisognava, probabilmente, solo capire di chi fosse quel “controllo”.

Il riferimento che più volte è emerso, in questi mesi di omicidi efferati, alla banda della Magliana non è mai andato giù all’amministrazione di centrodestra del Campidoglio. Il 21 marzo scorso, all’indomani di un altro agguato, il delegato del Sindaco di Roma per le politiche della sicurezza urbana, Giorgio Ciardi, spiegava ai giornalisti: “Azzardare paragoni con le favelas sudamericane, Chicago degli anni 20 o Romanzo criminale – spiegava – come stanno facendo gli esponenti del centrosinistra, oltre ad essere considerazioni prive di ogni fondamento, è il frutto di una demagogia malata”. Sempre Ciardi meno di un mese fa in relazione alla scia di sangue che attraversa da qualche mese la capitale, attribuiva gli omicidi ad uno scontro tra “bande di quartiere”. Piccole gang, magari piene di stranieri, vera ossessione della giunta Alemanno in tema di sicurezza. E infatti il sindaco di Roma l’11 maggio del 2008, spiegando il suo programma al Sunday Times, individuava con chiarezza la sua priorità: “Nel sud dell’Italia il problema è la mafia. A Roma il problema è l’immigrazione”.

D’altra parte sapeva bene che doveva buona parte del suo successo elettorale alla morte di Giovanna Reggiani, uccisa nella prima periferia da Romulus Mailat, cittadino romeno. In quella campagna elettorale del 2007 nessuno sollevò il pericolo della contaminazione dell’economia da parte dei gruppi mafiosi, mentre la destra puntava tutte le risorse sulla presunta violenza degli stranieri. Intanto – nel periodo tra il 2006 e il 2009 – a Roma il numero delle persone che si sono rivolte agli sportelli antiusura è cresciuto in maniera esponenziale, con un più 115,5%, passando da 365 casi (uno al giorno, che già è una cifra considerevole), a 772 denunce all’anno.

Gli omicidi degli ultimi mesi sono solo la punta di iceberg molto profondo e in fondo strettamente connaturato con la capitale. Celebre, ad esempio, è il caso del Café de Paris, locale storico della centralissima Via Veneto, a pochi metri dall’ambasciata degli Stati uniti, simbolo della dolce vita romana. Era controllato da una delle cosche di ‘ndrangheta più pericolose, gli Alvaro originari di Sinopoli, che da tempo è radicata nella zona di Tor Bella Monaca, estrema periferia romana. Quando la Dda di Catanzaro ne ha disposto la confisca, la giunta capitolina ha evitato ogni commento che potesse mostrare preoccupazione. Eppure la simbologia di quella postazione avanzata della ‘ndrangheta nel cuore di Roma era evidente a tutti: un vero e proprio punto di rappresentanza, da usare per mostrare la faccia di una mafia integrata, economica, che sa fare affari, che è in grado di finanziare qualsiasi progetto, segno “dell’elevato livello di penetrazione raggiunto dalla cosca Alvaro nel tessuto economico capitolino”, come spiegarono all’epoca gli investigatori. Magari infilandosi nei ricchi appalti di Roma Capitale o nell’immensa espansione edilizia che circonda la città, come un secondo Raccordo anulare.