Il patron della Menarini, Sergio Alberto Aleotti

Nuovo sequestro record da un miliardo e centoventi milioni di euro per il patron della Menarini, Sergio Alberto Aleotti, indagato nell’inchiesta che ha travolto il colosso farmaceutico per i costi dei principi attivi dei farmaci “gonfiati” e il presunto raggiro milionario ai danni del Servizio sanitario nazionale. Il giudice per le indagini preliminari di Firenze Michele Barillaro ha accolto oggi la nuova richiesta dei magistrati fiorentini, dopo la recente decisione del Riesame che aveva ridotto da 1,212 miliardi a 84,7 milioni di euro il sequestro preventivo per equivalente (disciplinato dall’art.322 ter del codice penale, si applica quando non essendo possibile individuare i beni che costituiscono il prodotto/profitto/prezzo del reato, il giudice può disporre il sequestro – e successivamente la confisca – di altri beni o utilità di cui il reo abbia la disponibilità anche per interposta persona, per un valore corrispondente, ndr).

Adesso le carte in tavola sono cambiate per Aleotti, indagato con altre 14 persone, a vario titolo, per truffa, corruzione, riciclaggio e per il reato tributario di omessa dichiarazione sui redditi. Tra queste il senatore del Pdl Cesare Cursi, già sottosegretario alla Salute e presidente della Commissione industria, che dovrà rispondere di corruzione in concorso con Sergio Alberto Aleotti e la figlia Lucia.

Stavolta sono molti di più gli elementi in mano agli inquirenti, rispetto a quelli che hanno fatto scattare il primo sequestro nel 2010. E la richiesta dei pm poggia su altre basi, ben più solide: le fatture e i carteggi scoperti in un ufficio segreto a Lugano. E’ stata trovata “una mole impressionante di documenti che colpiscono circa 150 società” e che hanno consentito di tracciare tutti i flussi di denaro, come si legge nel dispositivo del gip. Sulla base di questi documenti i magistrati hanno potuto chiedere, e ottenere, il sequestro per il profitto del reato di truffa e il sequestro del prodotto del reato di riciclaggio. Significativa, dunque, per provare il riciclaggio, la ricostruzione del giro dei soldi che secondo l’accusa passava attraverso un minimo di cinque società, ogni volta, prima di rientrare nelle disponibilità degli Aleotti. Soldi che segnano “la storia della sovrafatturazione dei sette principi attivi (…) nonché delle società di diritto panamense che hanno fatto affluire le somme di denaro sottoposte a scudo fiscale da parte di Aleotti”.

Riciclaggio, dunque, ma anche truffa alla base della nuova richiesta di sequestro. Era infatti su questo punto che il Riesame, chiamato a pronunciarsi, aveva inizialmente ricalcolato e ridimensionato la cifra considerando che la confisca per equivalente non può essere retroattiva, visto che la norma che la regolamenta è entrata in vigore il 26 ottobre 2000. Così, nonostante le ipotesi accusatorie continuassero a reggere, nei giorni scorsi era stata limitata la somma del sequestro preventivo. Adesso i sostituti procuratori Luca Turco, Ettore Squillace Greco e Giuseppina Mione, hanno giocato un’altra carta, il riciclaggio appunto, che consente di prendere in considerazione cifre ben diverse sulla base dei farmaci gonfiati, dal 1984 ai primi anni 2000.

Intanto continua l’indagine sugli altri principi attivi, che si aggiungono ai sette contestati nell’inchiesta e sulla base delle nuove carte sequestrate, per buona parte ancora al vaglio della Procura, e che riguardano circa 900 conti correnti e oltre cento società considerate fittizie sparse in mezzo mondo. Offshore create, per l’accusa, con il solo scopo di maggiorare il prezzo delle materie prime e trarre profitto, per poi giustificare davanti alle autorità sanitarie i costi “gonfiati” e mettere sul mercato medicinali a prezzi più elevati. Il tutto sarebbe avvenuto con l’appoggio di amici e persone influenti, piazzate nei posti che contano, come il senatore Cursi (unico politico indagato, ndr) o attraverso i costanti contatti che avvenivano con parlamentari e ministri tra i quali Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Ferruccio Fazio. Ma anche Claudio Scajola, Maurizio Sacconi, Altero Matteoli e Raffaele Fitto. Da loro, secondo l’accusa, il patron della Menarini cerca “appoggi” per sostenere quello che, non a caso, viene chiamato “l’emendamento Menarini”.

“Sorprendentemente in data odierna ci è stato notificato dalla Procura di Firenze un nuovo decreto di sequestro preventivo nei confronti del nostro assistito per un importo sostanzialmente equivalente all’ammontare dissequestrato dal Tribunale del Riesame solo una settimana fa su indicazione della Corte di Cassazione – ha commentato in una nota l’avvocato Roberto Cordeira Guerra, difensore di Aleotti insieme all’avvocato Alessandro Traversi – Infatti, il Tribunale del Riesame il 14 Novembre aveva ridotto tale sequestro da 1,2 miliardi di euro a 84 milioni di euro”. Secondo l’avvocato, “le motivazioni addotte sul merito della vicenda mostrano dunque di avere l’unico scopo di mantenere la misura cautelare sulla stessa somma già dissequestrata dal Tribunale del Riesame, peraltro in attuazione dei principi sanciti dalla Corte di Cassazione. Fra l’altro le presunte evidenze accusatorie sopravvenute citate nel nuovo decreto erano già state vagliate dallo stesso Tribunale del Riesame. Naturalmente, stiamo valutando ogni possibile ulteriore azione a difesa dei diritti del nostro assistito”.

I figli del patron della Menarini, Lucia ed Alberto Giovanni Aleotti, hanno dichiarato: “Credevamo che, dopo oltre 2 anni di indagini, il passo successivo alla chiusura delle indagini comunicata pochi giorni fa sarebbe stato finalmente l’inizio del dibattito in giudizio, assistiamo, invece, ad ulteriori incomprensibili aggressioni nei nostri confronti. Nonostante la piena fiducia nella giustizia, siamo seriamente preoccupati per tutto quello che sta accadendo e rifletteremo sulla possibilità reale di fare impresa in questo Paese e sull’opportunità di continuare ad investire in Italia”.