Dovrebbero erigere una targa tra la rotonda Gilles Villeneuve e via Marylin Monroe di Casalecchio di Reno. Lì sorge tuttora l’Euromercato (oggi si chiama Shopville GranReno), inaugurato col botto 18 anni fa, il 23 novembre 1993, dall’allora suo proprietario Silvio Berlusconi.

“Cavaliere, se lei votasse a Roma chi sceglierebbe tra Rutelli e Fini?”, chiese una cronista bolognese in un’affollata conferenza stampa dopo il taglio del nastro dell’ipermercato. E lui: “Io credo che la risposta lei la conosca già. Certamente Gianfranco Fini”. La giornalista della sede Ansa di Bologna era Marisa Ostolani. Con quella domanda rivolta a Berlusconi fece definitivamente luce su quali fossero i progetti del magnate televisivo e soprattutto da che parte voleva stare. A destra.

Prima di quel martedì di novembre, Berlusconi aveva fatto intendere di voler correre piuttosto con il centro liberal-democratico di Mario Segni per combattere l’avanzare delle sinistre. Mai aveva fatto accenno a Fini, né a una simpatia, neppure lontana, per il Movimento sociale italiano: “La sua risposta alla mia domanda fu rivelatrice. Rese chiare le sue intenzioni: stare al centro del panorama politico, ma con un occhio al centro destra”, spiega la giornalista che oggi lavora a Bruxelles, “e fu la prima volta che Berlusconi ammise quale era il suo progetto e la base sociale e politica della sua discesa in campo”.

Il segretario missino era candidato sindaco di Roma contro Francesco Rutelli, il nome scelto dai progressisti, con in prima linea il Pds di Achille Occhetto. Serafico e sorridente il Cavaliere, con ancora qualche capello sul cranio fece il primo passo verso destra. Si era nell’autunno d’oro dei Progressisti e l’arrivo del Pds al governo dopo il terremoto Tangentopoli sembrava scontato. Con questa prospettiva all’orizzonte si mosse Berlusconi.

Due giorni prima a Roma, Gianfranco Fini, leader del Msi, aveva portato al secondo turno Rutelli. Numeri robusti, mica bruscolini: 619 mila voti missini contro i 687 mila dei progressisti, 35,8% contro il 39,6%. Alla fine vinse Rutelli, ma il delfino di Giorgio Almirante raccolse al ballottaggio il 47% dei consensi anche grazie a quella spinta finale giunta da Casalecchio. La presa di posizione di Berlusconi infatti ebbe un’eco larghissima: “La risposta del Cavaliere fu uno shock per tutti i giornalisti in sala”, ricorda Ostolani. “Tutti quanti i miei colleghi avevano già in testa un altro titolo, magari semplicemente Il cavaliere scende in campo, e invece furono costretti a cambiarlo”.

Indicando esplicitamente Fini come suo preferito, fu chiara l’idea del “cavaliere nero”, come titolò il giorno successivo Il Manifesto, a suffragio del progetto dell’alleanza con l’estrema destra. Era una destra che in quei mesi stava cercando di trovare un suo ruolo democratico, un nuovo look. Berlusconi era quanto di meglio il partito di Fini, non ancora passato per la svolta di Fiuggi, poteva chiedere.

Il Cavaliere fece ciò che nessuno in 50 anni aveva mai osato fare. Prima ancora della sua discesa in campo col messaggio televisivo nel gennaio 1994, prima ancora della svolta di Fiuggi dove l’Msi divenne Alleanza nazionale e cominciò a indossare il doppiopetto (gennaio 1995), Berlusconi sdoganò la destra uscita dalla Seconda guerra mondiale ancora nostalgica del Ventennio fascista e di Salò. Votare per i ragazzotti di Almirante era la prima pietra per costruire l’argine contro il comunismo. Questo, di lì a poco, sarebbe diventato un tormentone vincente per le elezioni politiche del 27 marzo 1994, con la vittoria della alleanza Forza Uitalia, Msi Lega nord e la formazione del primo governo Berlusconi.

Oggi sembra passato un secolo da quelle esternazioni che in qualche modo cambiarono il corso della storia d’Italia. Fini, da “reietto fascista”, ha scalato tutto il cursus honorum nelle magistrature dello Stato. Dopo la svolta di Fiuggi nel gennaio 1995 con la nascita di Alleanza Nazionale, Gianfranco rimane fedele alleato di Berlusconi nei cinque anni di “traversata del deserto” e di opposizione ai governi Prodi, D’Alema e Amato. Una fedeltà coniugale macchiata da una sola scappatella: quella con l’elefantino di Mario Segni e l’alleanza posticcia e fallimentare alle Europee 1999.

Nel 2001, dopo il trionfo di Berlusconi è vicepremier, poi entra nella Convenzione europea e nel 2004 è ministro degli Esteri. È la consacrazione internazionale che accompagna il ripudio del fascismo: se nel 1994 “Mussolini è il più grande statista del secolo”, nove anni dopo, visitando Israele, definisce il fascismo come “male assoluto”. Tra il 2006 e il 2008, dopo la sconfitta del centrodestra contro Prodi, Fini prova a smarcarsi dal Cavaliere, ma il tentativo ha vita breve. Con la caduta del governo dell’Unione a fine 2007, il segretario di An rientra in fretta e furia nell’alleanza. Da qui il trionfo di Berlusconi e la nomina di Fini a presidente della Camera.

Il resto è cronaca. Nel marzo del 2009 nasce il Pdl e An si scioglie. Fini, forte ormai del suo ruolo, prende le distanze sempre più nettamente dal Cavaliere e soprattutto dalla Lega Nord, accusata di dettare l’agenda politica all’esecutivo. Nell’aprile 2010 Gianfranco affronta pubblicamente l’ex amico Silvio, “Cosa fai, mi cacci?” Pochi mesi dopo crea Futuro e libertà ed esce dalla maggioranza: è l’inizio della fine del governo Berlusconi IV.

Oggi l’ex segretario missino va a braccetto proprio con Rutelli nell’attuale Terzo polo, che, volente o nolente, ha schiantato il governo del “cavaliere nero”. Che strano contrappasso per il Cavaliere, trovarsi di nuovo davanti, alla fine della sua avventura, Fini e Rutelli.

di David Marceddu e Davide Turrini