Mario Monti

Il Popolo della libertà è in frantumi, mentre il presidente della Repubblica dà un segnale forte con la nomina a senatore a vita di Mario Monti, in pole position per la guida di un esecutivo tecnico. I tempi delle decisioni cruciali per Silvio Berlusconi si assottigliano, data l’accelerata impressa al cammino parlamentare del decreto sviluppo, che dovrebbe essere approvato da Senato e Camera entro domenica, con conseguenti dimissioni del premier (qui la cronaca ora per ora della giornata politica). Le ultime indiscrezioni da Palazzo Grazioli dicono che Berlusconi, di fronte al precipitare degli eventi dopo una giornata drammatica sul fronte dei mercati finanziari, stia pensando di ammorbidire la sua posizione, finora nettamente contraria a un nuovo esecutivo non benedetto dagli elettori. Una scelta che però provocherebbe una rottura con la Lega e una bella fetta di colonnelli del Pdl, determinati a perseguire la via delle urne.

Il tutto succede in uno scenario che vede gli uomini di punta del partito creato Berlusconi nettamente divisi. La frattura principale è tra chi, dopo le dimissioni del premier, punta a elezioni immediate e chi preferirebbe un governo tecnico o comunque di transizione. Per sostenere questa ipotesi, il “deluso” del Pdl Roberto Antonione annuncia l’immediata costituzione di un gruppo autonomo alla Camera. La parola del Capo, insomma, non è più oro.

IL PROSSIMO PREMIER. L’improvvisa nomina dell’economista Mario Monti a senatore a vita assomiglia a una pre-investitura da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e un segnale forte ai mercati. Del resto il nome dell’ex commissario europeo alla concorrenza era già in vetta al “borsino”. Un nome che a Berlusconi non va giù (dopo averlo mandato alla Commissione europea nel 1994, nel 2004 non lo confermò preferendogli Rocco Buttiglione agli affari sociali, che però fu bocciato dal parlamento di Strasburgo) . Già rettore della Bocconi, consigliere economico di diversi ministri “laici” nei primi anni Novanta, editorialista del Corriere della Sera, reputato affidabile e inflessibile dalla comunità finanziaria internazionale, potrà sedere sulla poltrona più alta di palazzo Chigi con una copertura politica in più data dal seggio senatoriale.

Si parla ancora comunque di Giuliano Amato, più gradito al Cavaliere e dato anche come possibile vicepremier di Monti, e di Lamberto Dini. Mentre Gianni Letta, più volte citato come successore gradito al Cavaliere, secondo gli ultimi rumour potrebbe conservare il posto di sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Si registra un paradosso intorno al nome di Angelino Alfano. Il maggior sostenitore del segretario del Pdl sembra essere in questo momento il segretario della Lega nord, Umberto Bossi, che lo vedrebbe come una continuità dell’attuale alleanza di governo. Alfano è silurato persino dal suo capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto: “Io lo auspico, ma la situazione di stallo che viviamo non lo rende al momento plausibile”. Una candidatura che dopo l’ascesa di Monti sembra comunque tramontata.

ELEZIONI O GOVERNO DI LARGHE INTESE. Fino agli ultimi sviluppi della serata, la linea di Berlusconi è stata quella delle elezioni subito dopo le dimissioni. Ma all’interno del Pdl non è condivisa. Sarebbero una cinquantina i parlamentari pronti a dar man forte a un nuovo esecutivo. Sono Claudio Scajola e Beppe Pisanu i trascinatori del fronte favorevole al governo tecnico. “Le elezioni anticipate non sono auspicabili”, chiarisce l’ex ministro Scajola, in passato un pilastro della macchina elettorale di Forza Italia. Non si può lasciare il Paese “senza pienezza di poteri per tre mesi”, perché sarebbe “pericoloso per i mercati”. E’ dunque “necessario fare un governo nell’ambito del centrodestra, anche recuperando quanto si e’ rotto”.

Pisanu, già ministro dell’Interno pioniere di Forza Italia, si dice “contrario, anzi contrarissimo” all’ipotesi di elezioni anticipate”. Se si verificassero, ha affermato conversando con alcuni senatori, “esco dal gruppo, dal Pdl, da tutto”, perché gli indici finanziari italiani degli ultimi tempi “sono da default”. Pisanu sta perciò lavorando a un documento che chiede un governo di larghe intese.

Stessa posizione per parlamentari importanti come Giuliano CazzolaLuigi Vitali, ma anche per il governatore lombardo Roberto Formigoni: “Chiedo al presidente Berlusconi di esplorare tutte le possibilità, nessuna esclusa, perchè l’Italia possa avere dopo le sue dimissioni un governo con una maggioranza larga e forte che riporti sotto controllo la situazione economica”. Perché “andare a elezioni anticipate nelle attuali condizioni drammatiche per l’economia sarebbe un grave danno per l’Italia”. E neanche un fedelissimo del premier come il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi si sente di escludere un governo di emergenza nazionale “ampiamente condiviso”. Nell’area della (ex) maggioranza, sono favorevoli a un governo di transizione anche Gianfranco Miccichè (un altro ex berlusconiano di ferro) e i 7 deputati di Grande Sud.

Restano fedeli alla linea “elezioni subito” diversi colonnelli, con gli ex di An in prima fila: La RussaGasparri, MatteoliRonchiSacconi, BrunettaGelmini, che propongono la candidatura del segretario del Pdl Angelino Alfano a guidare una coalizione di centrodestra che includa tutte le forze popolari schierate nel Ppe. “Mai al governo con il Pd”, proclama intanto Gianfranco Rotondi. Elezioni subito anche per il portavoce del partito Daniele Capezzone. Per il ministro della Difesa Ignazio La Russa, andare al voto a febbraio è “l’ipotesi più naturale e più convincente, oltre che più facile a verificarsi”.

TRANSFUGHI. Sarebbero già otto i deputati (“scontenti” pidiellini e del gruppo Misto) pronti a formare, entro la settimana o al massimo all’inizio della prossima, una nuova compagine parlamentare, magari con il sostegno del Terzo polo (a loro si aggiungerebbero i deputati di Api, Mpa, Libdem, attualmente al Misto). Ma l’ipotesi di un altro gruppo autonomo, formato solo da pidiellini, sarebbe in contemporanea al vaglio anche di altri parlamentari, tra cui alcuni vicini a Claudio Scajola. Al Senato Beppe Pisanu sta lavorando a un documento, con le firme di un gruppo di senatori pidiellini, per dire un no chiaro alle elezioni.

A dar voce a questa ipotesi è Roberto Antonione, che aveva già rotto con Berlusconi in occasione del voto sul rendiconto dello Stato che ha sancito la mancanza di una maggioranza alla Camera: “Domani – dice Antonione – abbiamo intenzione di formalizzare la nascita del gruppo”. Della formazione faranno parte Giustina Destro, Fabio Gava e Giancarlo Pittelli, a cui si unirebbero Santo Versace, Calogero Mannino, Luciano Sardelli e quattro deputati dell’Mpa. La costituzione di un gruppo permetterà ai delusi del Pdl di essere convocati come formazione autonoma dal presidente della Repubblica nelle consultazioni che saranno avviate subito dopo le dimissioni di Berlusconi.

L’ipotesi di un nuovo gruppo ha già attirato gli strali del sottosegretario Guido Crosetto.

IL CAPO. Silvio Berlusconi è ancora intenzionato a percorrere la strada delle urne, ma in queste ore sta valutando tutti i sommovimenti interni al Pdl. Viene descritto come deluso e amareggiato nel corso delle riunioni con i fedelissimi a Palazzo Grazioli, ma intento a valutare altre strade. Soprattutto dopo la nomina a senatore di Monti, si sarebbe fatto più insistente il pressing su di lui per fargli accettare un governo tecnico, o meglio di “unità nazionale”: in altre parole, sempre meno tecnico e sempre più politico. Il pressing starebbe funzionando, magari con una contropartita: la promessa di Monti di non candidarsi alle successive elezioni, a maggior ragione dopo l’investitura senatoriale.