E alla fine arrivò anche il Fondo monetario internazionale, l’ultimo baluardo contro una tempesta ormai dilagante, l’ultima barriera, si spera efficace, contro un fallimento che è soprattutto politico. Il G20, cioè il mondo che conta, ha paura dell’Italia e l’Italia, a ben vedere, ha paura di se stessa. Non siamo la Grecia, d’accordo, non siamo nemmeno l’Irlanda (anche perché a differenza di essa non cresciamo) o il Portogallo. Però rischiamo di diventare come loro e questo nessuno se lo può permettere. L’intervento del Fmi a favore di un Paese del G8 (non G20, G8) è un evento epocale anche se di questi tempi non ci si stupisce più di nulla. Perché la crisi è entrata ormai in una spirale potenzialmente devastante il che, di fatto, significa una cosa sola: che è necessario giocare d’anticipo.

Come una Grecia, un’Irlanda, un Portogallo, un’Islanda o un Nicaragua qualsiasi – con tutto il doveroso rispetto per questi Paesi – l’Italia vive il suo momento più umiliante: il commissariamento della sua gestione contabile e della sua politica economica. Solo che, ovviamente, lo vive allegramente “all’italiana”, ovvero con un grottesco balletto di interpretazioni ad hoc e smentite di breve durata che evidenziano implicitamente tutta quell’inattendibilità di fondo che giustifica da sé la tutela esterna. Prima la negazione della realtà – “nessun intervento Fmi, solo consigli” – , poi la dichiarazione forte – non intendiamo farci “commissariare”, i provvedimenti del governo sono sufficienti a superare la crisi – , infine l’ennesima pessima figura con la smentita più tragicomica che si potesse concepire: l’Italia? “Ha deciso di sua iniziativa di chiedere al Fondo monetario internazionale di monitorare i suoi impegni” hanno spiegato sostanzialmente all’unisono il presidente della commissione Ue José Manuel Barroso e il numero uno del consiglio europeo Herman Van Rompuy.

Ed è stato proprio il “caro” Herman a chiarire in pieno il senso dell’iniziativa internazionale. “L’Italia – ha spiegato– ha invitato l’Fmi a verificare ogni trimestre, in collegamento con il ministro dell’Economia, l’attuazione delle misure”. Una verifica periodica, insomma, condotta attraverso un dialogo continuo con Giulio Tremonti, l’uomo che il governo italiano aveva ormai emarginato e che oggi, al contrario, riacquista nuovi margini di autorità. Al controllo del Fmi si affiancherà al tempo stesso il rinnovato sistema di vigilanza europea che aumenta i poteri di controllo di Bruxelles. Barroso e Van Rompuy sono attesi in Italia già a partire dalla prossima settimana.

Silvio Berlusconi, manco a dirlo, ha provato a minimizzare. “Dopo la Grecia – ha dichiarato oggi – i movimenti speculativi si stavano dirigendo verso l’Italia e quindi come fanno le aziende che si rivolgono a società specializzate nei momenti di crisi abbiamo chiesto alla Lagarde (Christine, direttore del Fmi – ndr) il monitoraggio del Fondo monetario internazionale”. Tutto esatto, per carità, ma anche decisamente riduttivo. Perché se è vero che la speculazione era diventata un problema (ormai gli investitori lunghi stavano fuggendo, il gioco il ribasso era fuori controllo e a sostenere i nostri titoli ci stava pensando con sempre meno efficacia soltanto la Bce), è anche vero che l’azione del Fondo non si limiterà al semplice monitoraggio e la stessa Lagarde lo ha detto molto chiaramente: “Il problema dell’Italia è la scarsa credibilità”. E qui, allora, si inizia a parlare di cifre, anche se il direttore generale del Fondo smentisce ufficialmente di avere offerto denaro all’Italia. Eppure sul tavolo ci sarebbero già 44 miliardi di euro di precautionary credit line, la linea di credito precauzionale messa disposizione dall’Fmi come garanzia da usare in caso di estrema necessità. Cifra che il prossimo anno potrebbe anche raddoppiare. Per chi non lo avesse capito, siamo ormai pienamente sotto tutela.

Il punto, ovviamente, è che il sostegno offerto dal Fondo dovrà essere accompagnato da un impegno concreto da parte dell’Italia a raggiungere i risultati auspicati. Da un lato ci sono le riforme in favore della crescita, dall’altro, le azioni più imminenti di bonifica dei conti. Il primo obiettivo è l’abbassamento del debito a quota 113% del Pil entro il 2014. Un traguardo irrinunciabile ma anche ambizioso, visto che l’economia cresce ancora a ritmi molto bassi. Da qui le ipotesi più radicali che, per forza di cose, finiscono per diventare di giorno in giorno sempre più concrete: il prelievo forzoso su tutti i conti correnti e l’istituzione di una tassa patrimoniale che, se applicata una tantum ma con un’aliquota piuttosto pesante, garantirebbe un incasso di almeno 200 miliardi. Berlusconi, si sa, continua ad opporsi con tutte le sue forze ad un provvedimento simile. Ma di fronte alle ultime defezioni all’interno della maggioranza, le attuali speranze di vita del governo rendono la sua opinione sempre meno rilevante.