Ne ha per tutti, “la scrittrice datata 1951”, come dice lei: Lidia Ravera, ospite del festival Gender Bender per presentare il suo ultimo libro Piccoli Uomini – Maschi ritratti dell’Italia di oggi, dalla libreria Ambasciatori di Bologna scarica la sua combattività senza esclusione di colpi.

O per meglio dire, di ideali: “sono una moralista e ne sono fierissima. Della peggior specie: sono una moralista fiscale, di quelle che pensano che chi non paga le tasse sia un verme. Io ho bisogno di valori morali condivisi, altroché”.

Il libro nasce nel 2009 ispirato da una delle infelici uscite maschiliste “di quel maestro di pensiero che è Silvo Berlusconi” nei riguardi di una pazientissima Rosi Bindi “che si ostina nel pervicace rifiuto di sintonizzarsi con le regole estetiche a cui il genere femminile deve rispondere”. Ne ha abbastanza, la Ravera, e decide che è il momento di invertire i soggetti del giudizio estetico che tanto avvilisce e costringe le donne: “Non è cattiveria, ragazzi, è par condicio. Dovete provare anche voi. A essere guardati come pezzi di carne, come pupi gonfiabili, come oggetti di desiderio o di scherno”, si legge nell’introduzione del libro che racchiude gli articoli della rubrica intitolata Par condicio, nata per sfidare l’inversione di ruoli: 900 battute quotidiane sul suo giornale, l’Unità (anche se ora collabora col suo amato direttore Padellaro al Fatto Quotidiano), per ritrarre classe politica italiana, rigorosamente maschile.

Attraverso un esercizio di tassonomie, il “se-fosse-una-donna”, lascia intuire che molti di loro non avrebbero alcuna possibilità di aver non solo credito, ma anche la benché minima attenzione da parte del mondo se declinati al femminile. Ma fa di più, l’ironica e intelligente femminista: attraverso la puntuale scelta di caratteristiche fisiche, estrapola la miseria di caratteri degli uomini che governano (o di quelli che obbediscono a chi governa) il Paese.

Da Giovanardi “che se fosse donna subirebbe un’immediata ospedalizzazione, avendo ampiamente superato la fase di ovulazione”, a Brunetta: “Rassomiglia, il ministro, alla tipica signora di una certa età che l’estetica televisiva discrimina senza un’ombra di compassione, per quanti tacchi applichi alla sua massa corporea di brevilinea sedentaria. Fra le molte esternazioni risuona e commuove qualcosa di antico e muliebre, una Weltanschauung da prozia signorina, di senno maligno e sorpassata malagrazia: tutto un mondo di «fannulloni» da punire coi tornelli e sudditi del pubblico impiego a cui imporre il sorriso per legge”.

Graffiante e delicata allo stesso tempo, la Ravera si scaglia contro una volgarità che va ben oltre la difesa della parità dei sessi, perché: “non siamo uguali: alle donne piacciono molte cose che gli uomini considerano secondarie – spiega dal pulpito laico del centro di Bologna – ma siamo equipollenti: abbiamo lo stesso valore”.

Tenacemente, l’autrice di Porci con le ali (di cui è in cantiere la graphic novel), continua a ritenere che la persona debba sentirsi libera non solo di esprimere la propria sessualità, ma soprattutto di dare alle donne il senso del valore di sé, che è più sottile e necessario dell’emancipazione. queste era il senso delle nostre lotte”. E lo vuole vedere riconosciuto, Lidia Ravera.

Partendo dal Presidente del consiglio, “tozzo, racchio, senza un filo di distinzione, col garretto corto e probabilmente maleodorante”, la risoluta indignazione della sessantottina che “non è cambiata”, scorre (come nel suo libro) i caratteri maschili e poco virili che ci circondano.

Non dimentica Delbono e la vicenda Cracchi “dove la tristezza è totale, perchè quando si sputtanano entrambi i generi, entro trionfalmente nella fase della malinconia: vicende come questa ti fanno capire che noi allora proprio non contiamo niente per loro. Le persone che avete scelto per quidarvi, non si occupano di voi. Spero che il vostro sindaco attuale sia meglio”. Ed esorta a stare in guardia: “il qualunquismo incoraggiato da questa deriva mi fa paura, è un pericolo perché è una malattia che può contagiare tutti”.

Ma lo sconforto dura il tempo di un’ombra, e tira fuori la rabbia: non dimentica il sindaco di Roma Gianni Alemanno “ex picchiatore fascista che ha sdoganato i picchiatori“, né i preti pedofili, “che dovrebbero tuonare un po’ meno contro i gay, perché sono loro la vera schiuma nera della società”. Sarà l’esperienza o una innata tensione irrefrenabile interiore, ma non sopporta le ipocrisie e il danno che questa omissione di responsabilità personale provoca alla società. Onestamente, fa autocritica, e ricorda quando “Potere operaio si giocava le ragazze a Poker”, e che Lotta continua è deflagrata nel convegno del ’75 quando la parte femminista coniò lo slogan ‘a sinistra in piazza  a destra nel letto’. Volevano forgiare l’uomo nuovo e poi nel privato applicavano gli stessi criteri patriarcali dei padri che contestavano. Come vengono trattate le donne è una cartina di tornaconto della società”.

Come vedremo oggi nella sua rubrica Ad personam sul cartaceo de Il Fatto Quotidiano (“l’unico giornale in crescita – ci tiene a sottolineare la giornalista – perché ha intercettato e unito le persone che magari non sanno cosa vogliono, ma che sanno perfettamente cosa non vogliono. i suoi articoli sono un grido unico che dice questo”), scaglia contro alcuni giovani velleitari egocentrici: “Matteo Renzi è amato per il 48% dalla destra e dal 25% di quelli della sinistra: la cosa che dovrebbe farlo riflettere. L’ultimo di cui Berlusconi parlava bene era Bertinotti“.

Il politico che le dispiace meno è il governatore pugliese Nichi Vendola: “non ha mai fatto mistero della sua omosessualità, e quello che mi dispiace, è che temo sarà proprio per questo che non riuscirà a diventare il prossimo leader della sinistra”.

Dopo aver scherzato sul nuovo romanzo con cui sta combattendo (argomento: “un’ottantenne gagliarda e simpatica per spiegare cosa vuol dire invecchiare nella società del narcisismo”), torna alla politica. Sì, perché senza che il pubblico se ne sia nemmeno accorto, l’incontro letterario si è trasformato in una appassionata e autentica tribuna di politica. E con la civiltà che l’ha ispirata, Lidia Ravera conclude: “Al governo vorrei persone migliori di me. Una classe dirigente deve essere migliore di chi è diretto, è questo il motivo per cui è scelta. Vorrei che fossero i migliori di noi a esercitare questo mestiere delicatissimo”.