La morte di Steven Paul “Steve” Jobs a soli 56 anni termina una delle vite più spettacolari nella storia tecnologica e aziendale. Da Barack Obama ai presidenti delle società rivali di Apple, come G. S. Choi, di Samsung, tutti dicono che Jobs è stato “un grande imprenditore” con uno “spirito innovativo” che sarà ricordato in tutto il mondo. Ma quanto di questo spirito così diverso, che ha battuto strade parallele alla strada maestra del pensiero tecnologico classico occidentale, è stato influenzato dall’Oriente, con tutta la sue diversità dal nostro modo di pensare, con tutte le sue realizzazioni e le sue filosofie? Un Oriente che scorreva nelle vene di Jobs sia per nascita, sia soprattutto per scelta di vita.

Jobs era il figlio naturale di Abdul Fattah “John” Jandali, un arabo nato a Homs, la terza città più importante in Siria (il cui padre era un multimilionario conservatore e tradizionalista). Jandali, che al momento è vicepresidente del casinò di Reno, in Nevada, ha studiato all’università Americana di Beirut, laica e privata, diventando contemporaneamente un attivista pan-arabo del movimento nazionalista. Agli inizi degli anni Cinquanta è emigrato negli Stati Uniti per completare gli studi e ha avuto il piccolo Steve da una studentessa americana, Joanne Carole Schieble. Temendo la reazione del padre di lei, fortemente conservatore, hanno dato in adozione Steve ai Jobs, una famiglia modesta dove nessuno aveva frequentato l’università. Poi Jandali è diventato un noto professore di scienze politiche e ha sposato Joanne. Uno storico americano ha parlato del ruolo dei geni e della loro superiorità sull’educazione e l’ambiente, pubblicando l’articolo per poche ore su Internet prima che fosse rimosso, facendo riferimento all’altra figlia dei genitori naturali di Steve, Mona Simpson, che è una delle più note narratrici americane. Sul fatto che Steve Jobs sia visto nel mondo arabo come un arabo-americano, Jandali però ha detto che “Steve non ha mai prestato attenzione a questa cosa dei geni ereditari. Ha la sua forte personalità ed è molto determinato. I geni come lui possono fare quello che vogliono”.

In effetti Steve fa tutto quello che vuole. Entra al Reed College a Portland, uno dei migliori d’America, ma frequenta solo un corso di calligrafia, un’arte coltivata in Cina e Giappone. Poi lascia gli studi ma più tardi dice che “se non avessi frequentato quel singolo corso di calligrafia, il Mac non avrebbe avuto tutte le caratteristiche grafiche che ha”. Vive di piccoli lavori come fanno i bambini americani, raccogliendo bottiglie di plastica e rivendendole per pochi centesimi, dorme nelle stanze degli amici. Il suo primo incontro con la filosofia orientale sono i pasti gratuiti, il famoso prasad, cioè quello che avanza dalla mensa degli dèi, che riceve nel vicino tempio Iskon, gli Hare Krishna. Sono induisti seguaci di Krishna, il dio bambino capriccioso e dispettoso diversissimo dalle altre divinità terrifiche o benigne, dai molti aspetti e dalle molti amanti. I devoti seguono una filosofia e uno stile di vita vecchio di quasi 4000 anni e vivono spesso in comunità.

Jobs comincia a lavorare come tecnico in un’azienda di videogame per mettere da parte i soldi per un ritiro spirituale in India. Nel 1974 chiede un anno di permesso e parte per andare nell’ashram di Kainchi di Neem Karoli Baba, il famoso maestro di molti noti americani degli anni 60 e 70, che però era morto nel 1973. Jobs gira per un mese in cerca dell’illuminazione induista – e torna illuminato buddhista. Rientra in patria con la testa rasata e i vestiti tradizionali.

Frequenta per molti anni il Los Altos Zen Center, in California, e diventa vegano. Fra i suoi cibi preferiti sembra ci fosse la mela. Al centro pratica la “terapia dell’urlo”, un metodo giapponese che usa la voce come strumento terapeutico. Diventa seguace di Kobun Chino, un monaco della scuola Soto Zen educato in Giappone, che diventerà il consigliere spirituale di NeXT, l’azienda che Jobs fonda nel 1985.

La passione per il disegno di Jobs certamente lo ha avvicinato anche al concetto di Ma dello Zen. La parola viene tradotta con “spazio”, “vuoto”, ma in realtà è l’intervallo fra due pieni, un concetto ben noto anche in calligrafia, dove lo spazio vuoto serve a sottolineare lo spazio scritto, il pieno. L’assenza dà forma alla sostanza, l’assenza interagisce con la forma e ne è imprescindibile, come il buco dentro un anello è imprescindibile da quello che dà la forma. Il concetto giapponese di Ma, benché non sia stato mai nominato da Jobs – di cui una delle caratteristiche più geniali è stata l’abilità di tenere anche i suoi credo più esoterici nella sfera del possibile e del reale – è al centro della sua estetica, quello che ha fatto sì che la Apple fosse in grado di competere proprio con i giganti giapponesi della Sony.

Jobs cita spesso i koan Zen, le brevi storie e le domande che non possono essere capite e risolte con il pensiero razionale ma solo attraverso l’intuito. In una sua intervista a Wired Magazine parla della “mente di principiante” della filosofia Zen, la “mente originaria” che racchiude tutto in sé, autosufficiente, vuota e pronta, opposta alla mente da esperto. Se la mente è vuota da concetti e idee precostituite, in realtà è aperta a tutto e permette di vedere il mondo con gli occhi meravigliati del bambino. Quindi, di trovare nuove soluzioni. La mente di principiante fa sì che siamo sempre veri con noi stessi.

La vita di Jobs è stata la realizzazione di quello in cui credeva e che è alla base dello Zen: vivere qui e adesso, come siamo e con quello che siamo. “Il vostro tempo è limitato, quindi non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi – che vuol dire vivere con i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo sanno già che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario”. Addio, guru Jobs.