Il gup di Bologna, Alberto Gamberini, ha rinviato a giudizio i dodici imputati appartenenti ai Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Il processo avrà inizio il prossimo otto febbraio davanti alla corte di Assise del Tribunale del capoluogo emiliano.

L’inchiesta nei confronti dei militanti Carc fu aperta, qualche anno fa, dall’allora pm della Procura di Bologna Paolo Giovagnoli che, al termine delle indagini, chiese il rinvio a giudizio per dodici persone. Successivamente il Gup Rita Zaccariello dispose, per tutti gli imputati, il non luogo a procedere con la formula “perché il fatto non sussiste”. Secondo il giudice, pur essendo in presenza di una struttura associativa gerarchicamente organizzata e operante nella clandestinità diretta all‘eversione dell’ordinamento democratico, non erano emersi dalle indagini elementi di un concreto progetto comune di lotta armata.

La Procura impugnò la sentenza per Cassazione. E il ricorso fu accolto dalla Suprema corte che, nel gennaio 2010, annullò la sentenza impugnata rinviando ad una nuova deliberazione del Tribunale. Secondo quanto rilevato dalla Cassazione, il reato di associazione sovversiva si può configurare non solo in presenza di formazioni con caratteristiche analoghe alle Brigate Rosse e non solo quando ci sia il progetto di una vera e propria lotta armata ma anche nel caso in cui un gruppo miri a commettere atti violenti tesi all’eversione dell’ordine democratico.

Gli imputati non sono sottoposti a misure cautelari né sono stati trovati in possesso di armi. L’avvocato Danilo Camplese, uno dei legali dei militanti Carc, ha spiegato che i suoi assistiti non sono accusati di nessuna azione violenta circostanziata né di alcun fatto specifico e ha definito “non equilibrata” l’odierna sentenza del gup. Intanto, dalla tarda mattinata, alcuni appartenenti ai Carc, all’Associazione solidarietà proletaria (Asp) e al Sindacato lavoratori in lotta (Sll) hanno dato vita ad una giornata di mobilitazione per esprimere solidarietà ai loro compagni coinvolti nell’inchiesta. Manifestazioni con striscioni, bandiere e megafoni sono state organizzate davanti a Palazzo Pizzardi, sede del Tribunale di Bologna dove era in corso l’udienza preliminare, e in piazza Nettuno, nel pieno centro del capoluogo emiliano.