Era scritta nel programma elettorale di Giuliano Pisapia, era stata annunciata come una priorità assoluta in decine di inziative pubbliche. E a giugno era data come cosa fatta. Ma tre mesi dopo l’insediamento della nuova giunta di centrosinistra a Milano, la Commissione comunale antimafia ancora non c’è. Non solo. La discussione su come farla e su chi dovrà guidarla sta lacerando le diverse anime del movimento che da anni denuncia la presenza delle cosche nella metropoli lombarda.

La commissione deve essere interna al Consiglio comunale, con l’appoggio di qualche consulente, oppure esterna, con tanti esperti autorevoli e pochi consiglieri eletti? Ecco il nodo che non si riesce a sciogliere. Nel primo caso, il presidente più quotato è David Gentili, portavoce del Coordinamento provinciale degli amministratori del Partito democratico contro le mafie. Nel secondo, la guida della commissione spetterebbe a Nando dalla Chiesa, il sociologo impegnato sul fronte antimafia milanese e nazionale da più di vent’anni. Su formula e nomi cerca di mediare Basilio Rizzo, presidente del consiglio comunale di Milano dopo una vita passata in trincea a fare opposizione. La formula che Rizzo sta studiando per sbloccare la situazione è un mix delle due: commissione antimafia fatta in Consiglio, con il sostanzioso apporto di un gruppo di nomi autorevoli presi dalla società civile.

Sembra una questione di forma, invece la contesa surriscalda gli animi. Qualche sera fa, alla Casa della cultura di piazza San Babila si sono presentate duecento persone a seguire il dibattito tra i due aspiranti presidenti (qui la sintesi video dell’iniziativa organizzata dagli studenti di Stampo antimafioso), e la discussione è stata molto tesa, al tavolo e in platea. Dalla Chiesa ha rivendicato la supremazia della competenza: i consiglieri comunali di mafia non ne saprebbero abbastanza, mentre un tema così delicato non tollera improvvisazioni.

Gentili ha rivendicato invece il primato della rappresentanza: i consiglieri comunali sono eletti dai cittadini e si devono assumere la responsabilità politica del contrasto alle cosche ormai saldamente trapiantate al Nord. Ed è sempre il consiglio comunale che può cambiare le norme in questa direzione, per esempio nell’edilizia o nel commercio, tanto per citare due settori pesantemente “infiltrati”.

La sfiducia nella politica, o meglio nei politici, fa naturalmente da sottofondo allo scontro. Il rischio, evocato anche da Dalla Chiesa, è che una commissione antimafia dominata dai consiglieri comunali entri nel gioco degli scambi partitici. E che, per esempio, il silenzio su una collusione imbarazzante possa diventare la contropartita occulta di favori fatti altrove, come spesso succede. Poi oltre i principi contano i numeri, e Rizzo ha ammesso che nella maggioranza di Pisapia stravince l’opzione interna al Consiglio, mentre quella esterna, sul modello della Commissione presieduta da Carlo Smuraglia nei primi anni Novanta, “non prenderebbe più di quattro o cinque voti”.

Quella sulla commissione è una battaglia simbolo del movimento antimafia cersciuto negli ultimi anni a Milano e in Lombardia, di pari passo con le inchiesta giudiziarie che hanno portato a un gran numero di arresti (160 solo nell’operazione antindrangheta Crimine-Infinito del 13 luglio 2010) e hanno scoperchiato i business delle cosche nell’edilizia, nell’immobiliare, nei locali notturni, nella logistica e in tanti altri rami d’attività. Doveva segnare il cambio di passo rispetto all’era di Letizia Moratti e di un centrodestra sempre imbarazzato ad affrontare l’argomento, ai limiti del negazionismo.

Nella passata legislatura, la commissione consiliare voluta dal Pd era stata soffocata nella culla dalla maggioranza che guidava Palazzo Marino, con il decisivo apporto del prefetto Gian Valerio Lombardi, rappresentante del governo. In campagna elettorale gli “indignados” dell’antimafia si sono dati molto da fare per sostenere la corsa vincente di Pisapia. Ora vedono che la questione si incaglia di nuovo e si sentono in qualche modo “scippati” dal Palazzo. Con l’imprevisto effetto collaterale di dividere le diverse anime dell’antimafia milanese tra “gentiliani” e fan di Dalla Chiesa, a volte con toni molto aspri. Una frattura che attraversa anche Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, una grande protagonista del fronte antimafia. Di cui Nando dalla Chiesa è presidente onorario, ma che nella sua dirigenza milanese propende nettamente per la soluzione interna al Consiglio comunale.