L’euro è salvo, almeno per ora. Con una sentenza in parte già pronosticata, il Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, ha respinto i primi ricorsi presentati contro il discusso fondo salva Stati europeo giudicando legittimi gli aiuti ai cugini poveri del Continente. Al tempo stesso, tuttavia, i giudici di Karlsruhe (il centro del Baden-Württemberg che ospita il tribunale supremo tedesco) hanno voluto ribadire la centralità decisionale del parlamento sottolineando la necessità da parte dell’esecutivo di consultare quest’ultimo prima di assumere qualsiasi posizione in merito ai provvedimenti straordinari sul futuro di eurolandia. Una promozione sub condicione, insomma, che rischia ora di indebolire ulteriormente la già vacillante maggioranza della cancelliera Merkel, già reduce da una memorabile batosta alle ultime elezioni locali e oggi impegnata a rassicurare il Bundestag ribadendo le proprie posizioni: no agli eurobond, massimo impegno per la salvezza dell’euro, fiducia nel futuro di una Germania che, ha affermato, continuerà ad essere la locomotiva continentale. Il mercato, intanto, ha già premiato la sentenza di Karlsruhe: le borse europee, in tarda mattinata, registrano tutte il segno positivo mentre lo spread Btp/Bund è sceso attorno alla più rassicurante quota di 340 punti base.

Ma cosa cambia in termini pratici? La Corte ha affermato l’illegittimità di qualsiasi meccanismo automatico di decisione da parte dell’esecutivo. In sostanza, eventuali nuovi aiuti ai Paesi di eurolandia dovranno essere chiaramente definiti nella forma e nella dimensione per essere quindi sottoposti al giudizio preventivo del Bundestag. Non ci si potrà più limitare, insomma, ad informare la Commissione al bilancio in nome di una generica trasparenza ma occorrerà, al contrario, ottenere l’ok da parte della commissione stessa. Da questo momento, insomma, il parlamento di Berlino – da cui dipende la commissione – assume una sorta di diritto di veto sui piani di salvataggio europei. Un privilegio non da poco che rischia di rendere ancora più complicate le trattative che accompagnerebbero la formulazione dei piani di intervento in un momento, tra l’altro, di generale sfiducia nei confronti della credibilità di alcuni esecutivi stranieri. Dopo il parallelo Italia-Grecia espresso dalla Merkel nei giorni scorsi, è arrivato il pesantissimo giudizio del commissario all’energia Ue Günther Oettinger che, in un incontro svoltosi martedì, non ha avuto parole tenere nei confronti di Roma. “L’Italia è governata in modo miserabile” ha dichiarato di fronte alla platea degli industriali tedeschi.

La sentenza della Corte, dunque, apre la strada a una nuova fase di incertezza all’interno dell’esecutivo, chiamato ora a fare i conti con la crescente insofferenza del fronte “rigorista”. A Berlino, infatti, sono ormai in molti a ritenere quello dell’Unione monetaria come un esperimento tecnicamente fallito, la cui sopravvivenza implica ormai la necessità di un accanimento terapeutico che rischia di imporre costi troppo elevati ai contribuenti tedeschi in un momento di improvviso stallo economico (la crescita del Pil tedesco, che viaggiava a ritmi che non si vedevano dai tempi della caduta del Muro, si è arrestata di colpo) e di crescente incertezza. Una tesi che sembra guadagnare sempre maggiore consenso di fronte alle continue prese di posizione del fronte euroscettico.

Gli ultimi ad esprimersi, in ordine di tempo, sono stati lunedì gli economisti Joachim Starbatty, Wilhelm Hankel, Wilhelm Nölling, Karl Albrecht Schachtschneider e l’ex numero uno del colosso industriale Thyssen Dieter Spethmann. Interpellati alla vigilia della sentenza di Karlsruhe, i cinque autori del ricorso alla Corte costituzionale, hanno ribadito le proprie tesi senza remore. “O l’eurozona si riduce ai Paesi sani o l’euro avrà una vita limitata a due o al massimo cinque anni” ha dichiarato Starbatty al quotidiano finanziario Handelsblatt. Come a dire che l’euro, allo stato attuale delle cose, non può continuare a rappresentare contemporaneamente economie così diverse tra di loro confermandosi valuta di riferimento tanto dei sei Paesi più virtuosi, quelli che vantano un rating da tripla A, quanto dell’indebitatissima Grecia, ormai sospesa tra la doppia C e l’ancora più umiliante SD (il default selettivo sui titoli evidenziato da Standard & Poor’s.

Nei giorni scorsi, proprio il managing director della divisione “rating europei” di S&P Moritz Kraemer aveva lanciato l’allarme sulla valutazione degli ancora ipotetici eurobond. Se immessi sul mercato, ha spiegato, i titoli di debito a garanzia Bce dovrebbero essere valutati con il rating del contribuente più debole della Bce, a prescindere dal peso effettivo di quest’ultimo. Tradotto, Standard & Poor’s potrebbe scegliere di attribuire alle obbligazioni europee un giudizio “spazzatura” chiamando in causa la doppia C di Atene. E poco importa che la Grecia garantisca appena il 2 per cento dei bond in questione contro il 47 per cento complessivo di Francia e Germania. Quella avanzata da Kraemer resta per il momento solo un’ipotesi (anche se è comunque significativo che ad avanzarla sia stato proprio un alto dirigente di S&P) ma il messaggio è chiaro: le agenzie di rating non vedono di buon occhio gli eurobond. Un motivo in più per indurre la Merkel a consolidare la sua posizione di contrarietà al maxi piano di indebitamento europeo caldeggiato da Italia e Spagna ribadendo, al contrario, la necessità di un ampliamento del fondo salva Stati. Alternative, per il momento, non ce ne sono. Almeno alle attuali dimensioni di eurolandia.