L’Unione europea ha deciso di fare sul serio con il regime di Damasco, dopo gli ultimi massacri. È questa la principale indicazione politica che emerge dal vertice dei ministri degli esteri dei 27 paesi Ue, riuniti oggi in Polonia. All’ordine del giorno, tra le altre cose, c’era appunto un nuovo round di sanzioni contro il governo di Bashar Assad, che non accenna ad allentare la repressione contro i movimenti di protesta che da cinque mesi lo contestano.

Il nuovo round di sanzioni, il terzo a essere approvato dall’Ue, colpisce una delle principali voci dell’economia siriana, l’esportazione di petrolio. Il greggio pesa per il 25 per cento del Pil siriano e l’Europa riceve il 95 per cento delle esportazioni petrolifere. Il divieto di importare greggio siriano entrerà in vigore «immediatamente», secondo quanto dichiarato da un portavoce dell’Ue alla Reuters, ma l’Italia avrà una deroga fino al 15 novembre per rispettare la scadenza di alcuni contratti in corso. Oltre al blocco petrolifero, l’Ue ha allungato con i nomi di altri quattro esponenti del regime e di tre organizzazioni siriane l’elenco delle persone e degli enti i cui beni sono stati congelati e a cui è stato imposto il divieto di viaggio nel territorio dell’Unione.

Le nuove sanzioni, secondo il ministro degli esteri olandese Uri Rosenthal, «vanno diritte al cuore del regime». Un regime che, ha detto il presidente polacco Radoslaw Sikorski «sta massacrando i suoi cittadini». Le dichiarazioni europee si sommano a quelle della segretaria di stato statunitense Hillary Clinton, che ieri a margine del vertice internazionale sulla Libia a Parigi, ha ripetuto che Assad «deve andarsene».

Nonostante la soddisfazione per la decisione europea, il primo ministro britannico David Cameron ha espresso la sua «frustrazione» per il fatto che nel Consiglio di sicurezza dell’Onu non si riesca ad ottenere, a causa dell’opposizione russa e cinese, una risoluzione di condanna del regime siriano, che apra la strada a sanzioni internazionali più diffuse e stringenti e al blocco totale dei beni del regime, compresi quelli del presidente Assad. «Assad ha avuto la possibilità di dimostrare di essere pronto a riforme autentiche – ha detto Cameron commentando le nuove sanzioni – l’ha avuta e l’ha sprecata».

La determinazione europea è stata rafforzata dalla diffusione del video in cui l’ex procuratore generale di Hama, Adnan al-Bakkour, ha annunciato le proprie dimissioni. Nei tre minuti della ripresa che sta facendo il giro della Rete, l’ex procuratore dice di poter provare che 72 persone sono state uccise nella prigione di Hama lo scorso 31 luglio. Tra le vittime, prigionieri politici e attivisti anti-regime. Le altre accuse sono altrettanto agghiaccianti: 420 corpi sepolti in fosse comuni nei parchi di Hama; arresti arbitrari di migliaia di attivisti; almeno 320 persone torturate a morte e un numero imprecisato di civili uccisi dall’esercito facendogli crollare addosso le loro case.

Sono accuse che confermano e superano il rapporto pubblicato pochi giorni fa da Amnesty International. L’Ong aveva individuato 88 casi di morte nelle prigioni siriane negli ultimi cinque mesi, compresi alcuni adolescenti. Le cifre fornite da al-Bakkour sono molto più gravi, e si riferiscono alla sola città di Hama, una delle più colpite dalla repressione con cui il regime tenta invano di fermare le proteste.

Damasco, attraverso l’agenzia di stampa ufficiale Sana, ha cercato di screditare il video – che non offre elementi per identificare quando e dove è stato girato – dicendo che al-Bakkour è stato rapito da «gang criminali» e costretto a mentire. Lo stesso al-Bakkour, però, raggiunto per telefono da Al Jazeera, ha negato di essere stato sequestrato e ha detto di essere al sicuro, protetto dagli oppositori.

In Siria, intanto, è stato un altro venerdì di preghiere e proteste in diverse zone del paese. Secondo Al Jazeera, i morti causati dall’intervento delle forze di sicurezza sono stati almeno undici, di cui quattro in un sobborgo della capitale Damasco e tre a Deir ez-Zor, nell’est del paese. Il cuore del regime non sembra ancora indebolito.

di Joseph Zarlingo