Anche la Siria, dopo la Libia, ha il suo Consiglio nazionale transitorio (Cnt). Si tratta di un organismo composto da 94 membri e presieduto da Burhan Ghalioun, intellettuale dissidente e docente di sociologia politica, residente in Francia. Ghalioun, eletto dalla maggioranza dei membri del Consiglio, è affiancato da tre vice presidenti: Faruq Tayfur, Wajdi Mustafa e Riad Seif. L’annuncio è stato dato questa mattina da Ankara, in Turchia.

Intanto però si rimette in moto l’esercito siriano nonostante le rassicurazioni del presidente Bashar Assad che, al telefono con il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon il 18 agosto aveva dichiarato la fine delle operazioni militari contro le manifestazioni di protesta che da cinque mesi sconvolgono il paese arabo.

Da questa mattina, alcune decine di carri armati e di veicoli blindati, secondo le notizie riportate dall’emittente panaraba Al Jazeera, circondano la cittadina di Rastan, una ventina di chilometri a nord di Homs, una delle città più bersagliate dalla repressione. Secondo alcuni residenti, raggiunti per telefono dalle agenzie di stampa internazionali, dall’alba di oggi almeno 40 blindati e carri armati leggeri hanno preso posizione attorno al centro abitato, mentre almeno 20 autobus hanno scaricato alcune centinaia di soldati e di agenti dell’intelligence militare.

Testimonianze raccontano anche di «lunghe raffiche di mitragliatrici pesanti» sparate dai tank verso il centro abitato. I carri armati, in particolare, si sono posizionati ai lati dell’autostrada, che per il momento – scrive l’agenzia Reuters – rimane aperta. Rastan è già stata teatro di dure proteste contro il governo siriano e questa nuova operazione di repressione sarebbe stata innescata dopo che alcune decine di soldati avrebbero disertato dalle unità lasciate sul posto a sorvegliare sia la cittadina che la vicina Homs.

Queste notizie sulle defezioni nell’esercito di Damasco sono difficili da verificare, visto che la Siria non consente ai giornalisti stranieri di entrare nel paese, ma si inseguono ormai da settimane. Secondo alcuni gruppi dell’opposizione siriana, inoltre, le diserzioni sono aumentate negli ultimi giorni, dopo la conquista di Tripoli da parte delle truppe del Consiglio nazionale di transizione libico, perché tra i soldati si fa strada l’idea che la Nato possa ora rivolgere i suoi caccia contro la Siria.

Le defezioni sarebbero particolarmente numerose nella provincia di Idlib (nordovest) e di Deir ez-Zor (est), oltre che attorno a Homs e nei sobborghi di Damasco. In uno dei quartieri periferici della capitale, Harasta, nella notte di domenica ci sarebbero stati scontri a fuoco tra alcuni soldati passati con l’opposizione e le truppe fedeli al governo. Gli “Ufficiali liberi”, un gruppo di militari che afferma di rappresentare i soldati che stanno lasciando l’esercito governativo, ha pubblicato sul proprio sito web un comunicato che riferisce di «ampie defezioni» tra le unità attorno alla capitale, in teoria quelle più affidabili e addestrate. Anche in questo caso, però, è impossibile verificare la portata delle affermazioni. A disertare sarebbero soprattutto i giovani di leva, che scappano per tornare nei propri villaggi a nascondersi dalla polizia militare e dall’intelligence.

Il governo siriano minimizza, ma il suo isolamento cresce. Domenica, in Egitto, c’è stata una riunione della Lega Araba, che ha deciso di inviare il suo segretario generale in Siria, per una missione diplomatica volta a cercare una via d’uscita politica alla crisi del regime. La Lega Araba, nel comunicato finale del vertice, ha espresso «preoccupazione per i pericolosi sviluppi in Siria che hanno causato migliaia di morti» e ha sottolineato l’importanza «di fermare lo spargimento di sangue e tornare alla ragione, prima che sia troppo tardi».

E troppo tardi potrebbe già essere, almeno a giudicare dalle parole del presidente turco Abudullah Gul. In un’intervista all’agenzia di stampa ufficiale Anadolu, Gul ha detto che la Turchia «ha perso la propria fiducia» nel governo siriano, perché Assad aveva detto che «gli incidenti erano finiti e invece altre diciassette persone sono morte». «Chiaramente siamo arrivati al punto in cui qualsiasi decisione del governo è troppo poco e arriva troppo tardi», ha concluso Gul.

Parole che incoraggiano i manifestanti a proseguire con la mobilitazione: tra venerdì e domenica ci sono stati cortei di protesta nella città di Albu Kamal, vicino al confine iracheno, e a Saraqeb, vicino a quello turco, oltre che a Deraa, nel sud, e in qualche sobborgo di Damasco.

Dal punto di vista della diplomazia internazionale, quella che si apre oggi potrebbe essere una nuova settimana decisiva. All’Onu, nel Consiglio di sicurezza, prosegue il braccio di ferro diplomatico tra i paesi occidentali che vogliono una risoluzione di condanna della repressione e quelli che ancora sperano di riuscire a evitarla, Russia e Cina innanzi tutto. L’Ue potrebbe varare entro questa settimana un nuovo giro di sanzioni economiche contro il regime, colpendo stavolta anche le esportazioni petrolifere, già congelate dagli Usa, e direttamente il presidente Assad.

di Joseph Zarlingo