Arriveranno nei prossimi giorni in Procura, a Roma, gli atti dell’inchiesta di Napoli sulla P4, relativi alla posizione dell’ex capo di stato maggiore della Guardia Di Finanza, il generale Michele Adinolfi. Il fascicolo sarà affidato al procuratore aggiunto, Alberto Caperna, già titolare dei procedimenti di altri atti giunti dalla procura napoletana nelle scorse settimane. All’attenzione dell’aggiunto ci sono, dal 21 giugno scorso, anche gli atti che riguardano l’appalto da nove milioni di euro per l’informatizzazione degli uffici di Palazzo Chigi, i contratti tra la società cartiera piemontese Ilte e le Poste, i rapporti tra Luigi Bisignani e l’ex dg della Rai Mauro Masi circa il contenzioso con Michele Santoro per la chiusura di Annozero. A Piazzale Clodio anche la vicenda della pubblicità al sito di Roberto D’Agostino, Dagospia.

Nel quadro degli accertamenti sulla cosiddetta P4 effettuati dai pm napoletani nel luglio scorso sono stati inviati a Roma anche gli incartamenti relativi agli appalti della Società generale di Informatica. Per questa vicenda il pm Paolo Ielo ha proceduto all’iscrizione nel registro degli indagati, per i reati di corruzione e finanziamento illecito dei partiti, di Marco Milanese, parlamentare del Pdl ed ex consulente politico di Giulio Tremonti, dell’avvocato veneziano ed ex presidente della Sogei Sandro Trevisanato ed il costruttore romano Angelo Proietti, titolare della società Edil Ars.

La procura di Napoli indica diversi motivi che radicano la competenza nel capoluogo campano tra cui il fatto che “la condotta di Adinolfi è certo sia stata commessa a Roma ma questo dato sul piano giuridico non conta”; che l’ipotesi d’accusa è concorsuale, avendo Adinolfi agito “in concorso con il Marra, il Bardi e altri pubblici ufficiali e che dunque la “vicenda è unitaria e trova il suo centro di gravità nella fuga di notizie verificatasi certamente in Napoli”.

Motivazioni non condivise dalla procura generale presso la Corte di Cassazione, che è di tutt’altro avviso. Innanzitutto, scrive il sostituto Iacoviello, “non esiste nel processo penale una ‘vicendà ma esistono reati da accertare”. Ed inoltre ad Adinolfi sono contestati due reati in continuazione, il 326 (rivelazione di segreto) e il 378 (favoreggiamento personale): ma “il reato più grave (il favoreggiamento) è stato certamente commesso a Roma (dato incontroverso per lo stesso pubblico ministero di Napoli)”.

E proprio in conseguenza di quest’ultima affermazione, la procura generale della Cassazione ‘bacchetta’ i magistrati napoletani. “Per il pm – scrive infatti Iacoviello – questo dato sul piano giuridico ‘nulla conta’. Per questo ufficio ‘conta tanto’. Perchè è la legge (art. 8, 12 e 16 cpp) che lo fa ‘contare’.”. Oltre al fatto che “non appare corretta nè in punto di fatto né in punto di diritto l’obiezione secondo cui il richiedente avrebbe commesso i reati in concorso con il Bardi”.

C’è poi una ulteriore precisazione che Iacoviello fa in relazione al reato di favoreggiamento. Dagli atti “emergono almeno due ipotesi: una a favore del Papa e un’altra a favore del Bisignani”. Ma questi due reati, allo stato, “non sono in continuazione e non sono stati commessi dalle stesse persone”. Infatti “il favoreggiamento a favore del Papa (commesso certamente a Napoli, è ascritto al Bardi, ma non all’Adinolfi”. E quello a favore di Bisignani “è ascritto all’Adinolfi ma non al Bardi”. Pertanto, conclude, “la vicenda non è unitaria e la competenza per il favoreggiamento a favore del Papa non può in alcun modo attrarre la competenza per il favoreggiamento a favore del Bisignani”.