Monteacuto delle Alpi, borgo arroccato tra gli alberi in pieno Appennino tosco-emiliano, 915 metri d’altitudine: habitat idilliaco per sentir raccontare avventure di montagna e letteratura. Al festival Sere Nere, organizzato dall’Associazione Atlante no profit di Bologna in collaborazione con l’Associazione Enzo Biagi, in un’atmosfera serena e rasserenante della piazzetta di pietra scoscesa, Bice Biagi intervista Francesco Guccini presentando il suo ultimo libro, Malastagione. Due cognomi autoctoni che incrociano le loro strade là dove convergono: Monteacuto è il paese d’origine dei Guccini, mentre a Pianaccio, a pochi chilometri di distanza, nascono i Biagi.

“I Biagi e i Guccini erano praticamente dei bravi manzoniani che lottavano per il possesso dei territori quassù. E alla fine si son presi ad archibugiate”.

L’autore e la figlia del grande giornalista Enzo Biagi e giornalista parlano del libro scritto da Guccini a quattro mani con Loriano Macchiavelli, e dunque parlano di montagna, delle famiglie, dei ricordi. “I ricordi aiutano la scrittura. Da lì emergono storie che sono state ascoltate a nostra volta, aneddoti, personaggi, che entrano nella scrittura. Con una cura quasi maniacale: non dico ‘C’erano gli alberi’, ma ‘faggi, ontani, castagni’” perché le piante ci sono e sono mie – racconta Guccini, e scherza – mentre Loriano, che si intende più di gialli e meno di piante, ci metteva robe improbabili”.

E proprio dai ricordi nasce anche quest’ultimo libro suo e di Macchiavelli, amico di lunga data e scrittore di gialli dal sapore bolognese, e anche lui non a caso nato sui monti (Vergato), da cui provengono “i tocchi gialli”. La vicenda ruota attorno a un omicidio, che si inserisce nel quadro di una realtà, quella montanara – depradata ma ancora avventurosa – in continuo raffronto con un’eco cittadina che giunge dalla valle. La trama diventa spunto per mettere insieme una costellazione di personaggi che interpretano vizi e virtù della realtà contemporanea – ed è questa la novità: “La grande novità di Marco Gherardini detto Poiana è che lavora nei giorni nostri, con i problemi della montagna di giorni nostri, con tutto ciò che riguarda i giorni nostri. Anche se poi Loriano ha un po’ esagerato perché ci ha infilato le torrette d’avvistamento – che io non ne ho viste mai, di torrette di avvistamento”.

E proprio i due giovani protagonisti, l’appassionato ispettore della guardia forestale Poiana e Francesca, studentessa del Dams, parlano dei luoghi: “L’ispettore Marco Gherardini è uno che in città si sentirebbe morto. Che poi è la storia di tanti di noi che per mille motivi sono andati a lavorare in città ma appena possibile sono tornati qui: il montanaro è come il marinaio, gira il mondo ma poi torna da dove è partito. Si ritorna per la commozione che ti provoca rivedere un semplice sasso, identico a tanti altri, ma che nel rivederli così tu riconosci”. Mentre a Francesca fa dire: “Bologna viveva di stanchezza. O moriva come moriva l’università. Lungo i corridoi si respirava un’aria stantia. E anche per le strade”.

Ma anche su una Bologna che non è più quella di una volta, il cantautore riflette con onestà da vecchio saggio: “E’  veramente cambiata – si chiede – o siamo noi che siamo più vecchi di quando la vivevamo trent’anni fa? Tutt’e due, io penso. Siamo cambiati anche noi, siamo cambiati dentro: cerchiamo qualcosa che allora non cercavamo. Io non so se trent’anni fa vivere in montagna tutto l’anno…  Sarebbe stato difficile, quantomeno”.

La fuga dei giovani che abbandonano le terre d’altura: “Pavana è morta, non c’è più niente, perché giovani non ce ne sono. I giovani non hanno alcuna voglia di far l’orto. Che poi – aggiunge – nemmeno io, perché la terra è bassa e l’età alta”. Ma il punto è che “manca il tessuto sociale che c’era una volta”. Un mondo che sembrava atavico e immutato, e che invece sta cambiando anch’esso: “Ahimè si sta costruendo molto qua intorno, non si capisce perché. Venendo su ho visto parecchi capannoni lasciati a metà perché ovviamente la crisi investe tutti e non si risolve costruendo case o cose per niente.”

Tra le battute e il dialetto, due memorie a confronto: “facciamo un piccolo esamino di lingua – propone Biagi – un personaggio chiede all’altro: ‘ti è passata la fotta?’ Cos’è?” e Guccini: “L’ho scritto io? No ma quello è Loriano”. E ancora: “Me ne faccio una breve, e il cantastorie racconta: “La breve era un sacchettino contenente sante reliquie, immagini miracolose di madonne e preghiere, che veniva legato con una spilla da balia sulla maglia della salute dei bambini. Ma sull’efficacia taumaturgica di questo sacchettino di immaginette, la dice lunga il significato del detto, che sta per non me ne faccio niente”.

L’autore “mitopoietico”, costruttore di miti, come lo definì Edmondo Berselli, ha disegnato mondi che dopo le sue narrazioni attirano: via Paolo Fabbri, le osterie bolognesi, e ora la montagna. Ma timidamente protesta: “Non sono stato io. Bologna si era creata una mitologia di luoghi di divertimento, ma io sono stato uno dei protagonisti non il creatore”.

Nell’Apennino c’è meno “ferocia”, ma nel fermento della città nascono i movimenti: “Dipende dalla forza attiva che c’è in ogni paese. A Pavana quando ci fu il famoso G8 di Genova, tre o quattro sono andati – che a Pavana sono come tre o quattrocento giù in città”.

Poi, alla ricerca della persona che abbia l’onestà e l’intelligenza per cogliere i sussulti di giustizia, a Francesco Guccini sfugge il nome di Rosy Bindi. Non c’è nessuno in cui credere a sinistra dunque? L’autore allarga il respiro e risponde: “Bisogna credere nella sinistra. Nelle istanze, nelle vecchie cose della sinistra. Poi voi giovani siete manichei, vedete tutto o bianco o nero: bisogna imparare a cogliere qualche sfumatura. Ma fate bene a vederla così”.

La ricerca di storie e di valori appartiene al cantautore come al cronista, altro mestiere che ai tempi di Modena Guccini ha toccato, e “per fortuna ho cambiato mestiere, perché fare il mestiere mi lascia molto più tempo libero. Poi come si diceva una volta, è sempre meglio fare il giornalista o il cantautore che lavorare”.

Il video è di David Marceddu, il montaggio di Giulia Zaccariello