Un viso per nulla contrito. Il solito sguardo duro, quello di chi è stato abituato per decenni a controllare con i poteri di un autocrate un intero paese. Il più importante paese del mondo arabo. Seppure disteso su di una barella, dietro le sbarre della gabbia degli imputati messa su in un’aula di tribunale organizzata di gran corsa, Hosni Mubarak non sembrava aver perso nulla del suo piglio da tiranno. Eppure, tra lentezze e contraddizioni, la rivoluzione egiziana ha segnato un altro punto a suo favore. Mubarak, considerato l’affidabile alleato per un Occidente sordo alle richieste di libertà che sono arrivate per anni dal mondo arabo, è il primo dittatore alla sbarra, da quando è iniziata l’onda delle rivolte nella regione. Il primo, e il più importante.

Mubarak aveva cercato in tutti i modi di evitarlo, questo processo. Sin da quando, l’11 febbraio scorso, era stato costretto alle dimissioni da una rivoluzione imponente come una tempesta. Problemi di cuore, avevano detto i medici, che lo avevano subito ricoverato nell’ospedale internazionale di Sharm el Sheikh, a poca distanza dalla sua villa lussuosa. Poi erano arrivati gli arresti domiciliari, ma sempre in una condizione a dir poco di privilegio. Mubarak ha sperato sino alla fine, insomma, che quello strano esilio interno di Sharm, lontano dalla confusione del Cairo, riuscisse ad allontanare da sé e dalla sua famiglia la pressione della piazza. E in parte, almeno all’inizio, ci era riuscito. La Rivoluzione del 25 gennaio si stava occupando della sua vittoria, non dei problemi della transizione. Il regime era ancora costretto in un angolo. Le forze armate egiziane pronte a difendere le parole d’ordine uscite da Piazza Tahrir.

Man mano che le settimane e i mesi sono passati, invece, si è capito che la transizione alla democrazia – sulla quale il Consiglio Militare Supremo si era impegnato con la piazza – stava lasciando troppo spazio alla controrivoluzione. Controrivoluzione, così i protagonisti della tempesta egiziana hanno subito chiamato i tentativi del regime di salvare se stesso e di riconvertirsi. Come succede a tutti i gattopardi del mondo.

È stato in quel momento, a metà aprile, che i protagonisti della rivoluzione egiziana hanno compreso che non si potesse evitare il passaggio del processo a Mubarak. Come processo al regime. Un braccio di ferro lungo, sul quale il Consiglio Militare Supremo – sempre più ambiguo nelle sue scelte – ha cercato di non cedere. Sino a che, a luglio, Piazza Tahrir non ha ancora una volta catalizzato tutta l’energia del processo rivoluzionario in corso. Di nuovo per strada, anche se non più così tanti come prima, i ‘ragazzi’ che hanno buttato giù Mubarak non hanno ceduto. Imponendo il processo a Mubarak. A concederlo, e in tempi veloci, è stato il premier del governo di transizione, Essam Sharaf, sempre più debole eppure espressione proprio di Piazza Tahrir.

La pressione delle ultime settimane, arrivata dalla variegata coalizione di Piazza Tahrir, ha dunque velocizzato proprio lo scioglimento di questo nodo giudiziario. Il processo a Mubarak è un passaggio ineludibile in Egitto, perché il cambio di regime non è possibile senza giustizia. Non solo per individuare i mandanti che hanno provocato gli almeno ottocento morti dei 18 giorni di rivoluzione (molti uccisi da cecchini, da poliziotti mandati dal famigerato ministro dell’interno Habib el Adly, anche lui dietro la stessa sbarra di Hosni Mubarak). Quello che l’egiziano della strada chiede – e che spesso l’Occidente, l’Europa, l’Italia non hanno compreso – è che sia resa giustizia a un popolo che è stato depredato delle sue ricchezze e della sua libertà. Per decenni.

Il processo a Hosni Mubarak, ai suoi figli, alla sua famiglia, è pour cause il processo a un regime che ha oppresso, umiliato e defraudato gli egiziani. All’ombra delle alleanze strategiche che l’Occidente aveva stretto con un regime notoriamente repressivo. Solo partendo da questo assunto è possibile comprendere perché gli egiziani provino così poca pietà per un ultraottantenne che assiste al suo processo su una barella, in una gabbia, assieme ai suoi figli che indossano le tute bianche dei carcerati.

di Paola Caridi