Tutti si aspettavano l’ennesima giornata di guerriglia, i sindaci avevano dato forfait e tra le forze dell’ordine vigeva la massima allerta. E invece no. Almeno diecimila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfilato pacificamente da Giaglione a Chiomonte passando davanti alle contestate recinzioni del cantiere, oggetto di continui assalti nelle ultime settimane, senza colpo ferire. Dietro le reti un imponente schieramento di agenti era pronto al peggio, ma dai manifestanti non è partito nemmeno un insulto. Molti i giovanissimi legati all’area antagonista, dai quali ci si poteva aspettare qualche intemperanza. Ma niente, tutti hanno sfilato disciplinati lungo i sentieri stretti che portavano al campeggio, davanti alla Centrale. E proprio oggi si chiudono due settimane di campeggio No Tav, forse le più difficili per il movimento, esposto come non mai alla gogna mediatica. Le ultime iniziative sembravano infatti destinaste allo stesso epilogo, tra lacrimogeni e fitte sassaiole, secondo un rituale dal quale sembrava impossibile uscire. Oggi solo slogan e fiori di carta appesi al filo spinato, in un clima da sagra paesana. Nemmeno le consuete “battiture” delle reti. Unico incidente: un calcio ricevuto da un operatore Rai, che ha subito innescato un’accesa discussione con i manifestanti.

Solo una tregua? Probabilmente. Ma è la dimostrazione di un senso di appartenenza capace di autodisciplina, anche nelle componenti più refrattarie, sulla quale pochi avrebbero scommesso. “Così è stato deciso all’assemblea di ieri e tutti hanno rispettato la decisione della maggioranza”, dice soddisfatto Alberto Perino, leader riconosciuto con il difficile compito di tenere unito il movimento. Dopo la manifestazione del 3 luglio infatti i comitati della Valsangone presero le distanze dalla scelta dello scontro fisico, aprendo un dibattito sui metodi di lotta. Ma per ora niente spaccature. Sono partite invece alcune azioni non violente, pressoché ignorate dai media, ma che danno il senso di un movimento complesso e difficile da incasellare: blocchi stradali, digiuni, volantinaggi, preghiere davanti ai cordoni di polizia. Molti anche i comunicati, le azioni legali, gli appelli, le lettere aperte alle istituzioni italiane ed europee. L’ultima missiva in ordine di tempo è firmata da duecento tra docenti e ricercatori universitari e si rivolge direttamente al presidente Napolitano, per chiedere l’apertura di un confronto scientifico sull’opera.

Comunque andranno le cose, in valle la tensione ha superato i limiti di guardia e molti si sentono vittime di un’occupazione militare. Nei giorni scorsi sono state deferite al giudice altre 21 persone, per lo più sotto i trent’anni e appartenenti ai “movimenti più radicali dell’antagonismo di matrice anarco-insurrezionalista e dell’autonomia”, riferisce la Questura, in relazione ai disordini del 3 luglio e a quelli successivi dal 22 al 24 luglio. Sono partiti anche i primi “fogli di via”, con divieto di permanenza nelle zone “calde” della valle, mentre continuano le perquisizioni a tappeto in cerca di materiale compromettente. Provvedimenti che non sembrano intaccare la protesta, soprattutto per chi non ha nulla da nascondere.

Ma nei prossimi mesi più della protesta potrebbe valere la burocrazia, e ancor più le risorse finanziarie. La crisi pesa sui fondi europei e a ottobre è prevista una ridefinizione delle risorse stanziate per la Ten (Trans Europe Network) che toccherà anche l’alta velocità, spiega Oscar Margaira, attivista di lunga data e ora amministratore a Villardora. Nel nostro paese l’impasse è ormai conclamata e a oggi non si è riunita nemmeno la commissione che dovrebbe predisporre la Via (Valutazione di impatto ambientale) sull’intero progetto, presso il ministero dell’Ambiente. Su quel testo pende anche un ricorso al Tar da parte di diverse associazioni ambientaliste, che avevano depositato le loro osservazioni. Poi serve l’approvazione del Cipe, non scontata. Resta infine da discutere la ripartizione dei costi con la Francia, tra le condizioni per l’erogazione dei soldi europei (671 milioni), rinviata a data da destinarsi. Con tutte queste spade di Damocle sarà difficile avviare i lavori prima di dicembre, quando la neve renderà impraticabile il terreno. E quando l’Unione Europea avrà tagliato ulteriormente i fondi all’Italia, per i troppi ritardi accumulati.

di Roberto Cuda