Che registrasse il tutto esaurito non era del tutto scontato; che le tremila persone accorse ad ascoltarlo poi si alzassero in piedi dal posto assegnato e si mettessero a ballare come ad un concerto rock, lo era ancor meno. Il maestro, il cantautore siciliano Franco Battiato, giovedì sera in piazza Roma a Modena, ha perfino superato in termini di quantità dei presenti l’ultimo live di Capossela.

In scena il nuovo tour Un patriots to arms, con i brani che ne hanno decretato il recente successo. E se in alcuni tratti è potuto sembrare un Battiato calante, specie all’inizio, è anche vero che il pubblico non ha potuto resistere al ritmo sperimentale ed elettronico di pezzi storici come Shock in my town, Un’altra vita o No time no space.

Ma è sulle note di Inneres auge (che dà il titolo al suo ultimo album) che il live ha ripreso quota senza più perderla. Un testo così vicino all’indignazione di un popolo stanco di “uno dice che male c’è – recita il brano – a organizzare feste private  con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato? Non ci siamo capiti e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?”. Una disamina d’impatto, nei confronti di una società da cui ci si sente avulsi e che prosegue sulle note della, decisamente più melodica, Povera patria “schiacciata dagli abusi del potere”.

Battiato non ha deluso i modenesi presenti, giovani e meno giovani, questi ultimi probabilmente guidati dal ricordo di ciò che artisticamente Battiato fece per la città. Qualche anno fa il cantautore fu consulente artistico per il Teatro comunale Luciano Pavarotti, divenendo padre di un festival ancora oggi presente, L’Altro suono, che si affaccia alla musica sperimentale e d’avanguardia, proprio quella del Battiato dei primi anni Settanta, in album come Fetus (1971) e Pollution (1972), ispirati dallo scrittore Aldous Huxley. Successi “aulici” come L’Animale o E ti vengo a cercare, arrivano poi per il bis che si conclude con la canzone che ha dato il via al suo permeante successo Centro di gravità permanente.

Le foto sono di Davide Mantovani