Anche Parma vuole il suo referendum. I cittadini vogliono far sentire la propria voce sulla questione che riguarda l’inceneritore di Uguzzolo, attraverso un referendum abrogativo, regolarmente previsto dallo statuto comunale parmense. A fine giugno il Comitato “gestione corretta dei rifiuti” ha costituito il comitato No inceneritore, composto da 50 promotori del referendum, con atto notarile. E il 4 luglio, giorno scelto appositamente per simboleggiare “l’indipendenza” della popolazione, ha depositato in Comune la richiesta. Mentre lunedì 25 luglio scadrà il termine entro il quale il Comune dovrà discutere della proposta in un’apposita commissione.

E se non verranno riscontrati problemi già da agosto, il comitato inizierà a raccogliere le 5 mila firme che servono a validare la richiesta. “Abbiamo deciso di fare da soli”, commenta la presidente del nuovo comitato, Nicoletta Paci. Così come è avvenuto per l’acqua e il nucleare, abbiamo deciso di avvalerci dell’unico strumento che ci permette di dire no a scelte che riteniamo dannose per la comunità. Quello dell’inceneritore è un progetto che non ci ha mai visto protagonisti. E’ giunta l’ora di diventarlo”. Ma il comitato No inceneritore non vuole essere visto come il classico comitato contrario a tutto e senza proposte alternative.

I cinquanta cittadini che ne fanno parte, l’alternativa l’hanno pensata, eccome. Una proposta ben precisa era già stata effettuata dal comitato Gestione corretta rifiuti: “l’avevamo già presentata ma non è mai stata presa in considerazione – spiega la Paci -. Si tratta di recuperare tutti i rifiuti, soprattutto l’umido che è il 50%. La plastica si potrebbe recuperare al 100% come nell’impianto di Vedelago (Tv), più volte preso ad esempio dal comitato. E il costo di un impianto del genere sarebbe molto inferiore rispetto a quello dell’inceneritore, stimato attorno ai 200 milioni: si tratta di poco più di 10milioni di euro. Senza contare che darebbe molto più lavoro: per ogni addetto all’inceneritore, nell’impianto di riciclaggio ce ne sarebbero 15″.

Insomma, diversi i lati positivi, oltre a quello, fondamentale, della salute delle generazioni che verranno. Sull’inceneritore gravano ancora importanti dubbi: “Dove intendono gettare le ceneri che si produrranno, ovvero circa 40 tonnellate l’anno, per 130mila tonnellate di rifiuti bruciati? – domanda Aldo Caffagnini, del comitato gestione corretta rifiuti -. Visto che lo slogan è di rendere autosufficiente la provincia, dovranno restare dentro al nostro territorio provinciale: ma se non si possono usare le discariche dove finiranno queste 40 mila tonnellate tossiche? La risposta si rimpalla tra i vari enti coinvolti, Comune e Provincia in primis”. Nel progetto che ha presentato il comitato, invece, si parte da un presupposto diverso, cioè “che i rifiuti prodotti siano 20 mila tonnellate, visto che ad oggi ne vengono prodotti la metà di quanto previsto da loro – prosegue Caffagnini -. Frutto di un’intensa differenziata, solidi e non instabili come la cenere. Chissà dove intendono prendere quelle 100 mila tonnellate di spazzatura in più”.

Senza contare le ombre giudiziarie che si proiettano sulla struttura, che rimane ancora chiusa, almeno fino a settembre. Il Tar ha infatti rigettato il ricorso presentato da Iren contro la decisione del Comune di sospendere il lavori nel cantiere: uno stop doveroso dato che pare che si tratti di un vero e proprio abuso edilizio. “Per il Tar, vista la fissazione dell’udienza per il prossimo 14 settembre”, scrive in una nota il Comitato gestione corretta rifiuti, “è il caso di mantenere inalterato lo stato dei fatti e non si individuano irreparabili danni patrimoniali. Ora si apre una stagione estiva importante per poter a bocce ferme riflettere sulla gestione dei rifiuti e sulle possibili alternative”.

Al momento in Procura sono stati presentati quattro esposti: uno sul presunto abuso edilizio avvenuto sull’area di Ugozzolo, destinata ad altro e senza permesso a costruire, che ha fatto sì che il Comune ponesse i sigilli al cantiere a giugno. Questione amministrativa che verrà risolta con sanzioni, pagate con soldi pubblici. Seconda questione, la regolarità degli appalti: “L’appalto delle opere edili – commenta Caffagnini – che ammonta a 42 milioni di euro di lavori, guarda caso ha visto solo un’azienda partecipare: una cooperativa di Modena. Pare proprio vicina a una parte politica, visto che il bando di gara sembra fatto su misura: chiarirà questo aspetto la magistratura”.

Altra questione che non torna, l’affido diretto dell’inceneritore a Enìa ora Iren: “Non è stato fatto nessun concorso, per quanto opera pubblica. Perché dobbiamo berci questo progetto senza visionare alternative?”. Infine, in corsa, sono state fatte modifiche al progetto senza consultare e richiedere il permesso alla conferenza dei servizi: “Sono state fatte modifiche ai filtri, che da una a manica e uno elettrostatico sono diventati due a manica – conclude Caffagnini -. E dopo aver deciso di bruciare anche fanghi, per ottenere le sovvenzioni previste, hanno deciso di collegare con un by pass i fanghi al forno, nel caso si vogliano bruciare senza farli essiccare. Un modo per farli pesare di più?”.

Questioni su cui i cittadini invocano l’intervento della Procura per fermare i lavori che si stanno realizzando. Nell’attesa della risposta fatidica al referendum, che il comitato spera di poter realizzare il prossimo anno “No inceneritore” ha pensato anche a cosa fare con la struttura già costruita, il cui cantiere è momentaneamente bloccato: “riconvertiamo anche questa struttura, rivendendo i pezzi che non servono” commenta la Paci. C’è solo un problema di tempi: “Purtroppo lo statuto comunale non prevede il referendum nell’ultimo anno di naturale scadenza del consiglio comunale”, spiega Giordano Mancastroppa, del comitato, “quindi i tempi slitteranno un po’ in avanti. Ma sarebbe comunque un ottimo risultato poterlo fare anche l’anno successivo: è una questione importante per il futuro di tutti quella dell’inceneritore. I cittadini devono poter dire la propria. E il quorum previsto è ancora una volta del 50% più uno”. “Abbiamo già visto”, conclude Mancastroppa, “che sulle questioni che toccano beni pubblici come la salute, i cittadini rispondono”.