Diritti e costi. Ufficialmente si gioca su questi due elementi l’ultimo tentativo del governo Berlusconi di ammorbidire il 41 bis. Il copyright è infatti, tutto di palazzo Chigi. Anzi del Dipartimento per gli affari giuridici della presidenza del Consiglio che l’11 luglio scorso risponde così all’Europa che ci bacchetta sul rispetto dei diritti umani nell’amministrazione carceraria. “Affievolire il 41 bis o non reiterarlo per quei detenuti i cui contatti con le organizzazioni mafiose sono venuti meno”. Motivo di tanta chiarezza? Le sentenze della Corte europea scaturite dai ricorsi dei detenuti al carcere duro. Le domande, sostiene il Dipartimento, pesano sulle “risorse lavorative” e invece potrebbero essere destinate ad altro se venisse annullata la reiterazione dei ricorsi. Dunque via libera a terroristi e soprattutto a mafiosi? Ancora no. Ma certo l’aria che tira non è delle migliori. “E’ stato un fulmine a ciel sereno, una grande fregatura che, a ripensarci, fosre ci aspettavamo anche”, dice Giovanna Chelli dell’associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili. Per capirci: cinque morti, tra cui una bambina, e 48 feriti. Era il 27 maggio 1993. Pochi mesi dopo, il 27 luglio, altre cinque vittime. Questa volta in via Palestro a Milano. Cambiano i luoghi, ma la mano che guida le stragi è sempre quella di Cosa nostra.

Insomma, la sensazione non è delle migliori. Soprattutto se, in un momento di crisi come questo, il governo pensa a rivedere il 41 bis, il principale pallino dei boss. E del resto Giovanna Chelli non ha dubbi: “Oggi a Firenze si sta celebrando un processo decisivo, quello sulla trattativa tra Stato e mafia”. Di più: “Il Tar recentemente ha restituito a Gaspare Spatuzza la patente di collaboratore di giustizia”. Le parole del killer di Brancaccio hanno pesato e potranno farlo in futuro. La spada di damocle resta soprattutto su chi oggi sta al governo. Perché non c’è solo Spatuzza, ma anche i fratelli Graviano, veri depositari degli ultimi grandi misteri sulle stragi del 1993. I boss bravissimi a mandare segnali, per ora stanno in carcere non parlano. E questo, nonostante le parole di Spatuzza aggancino i loro destini passati a quelli di Silvio Berlusconi. “La lettura è giusta”, dice la Chelli. Quindi prosegue: “Questa uscita di palazzo Chigi sul 41 bis apre nuovi scenari. Forse siamo davanti a una nuova trattativa ancora in corso”.

Questo è il quadro. Sul quale, il Dipartimento degli affari giuridici, prendendo la palla lanciata dall’Europa, entra in scivolata. E lo fa, invadendo un campo quasi tutto politico e toccando un argomento delicatissimo in fatto di lotta alla mafia. Per capire basta leggere alcuni passaggi della relazione: “In prospettiva si potrebbe pensare di trasformare il 41 bis da regime speciale a regime ordinario di detenzione o addirittura a pena di specie diversa inflitta dal giudice con la sentenza di condanna e prevedere meccanismi di affievolimento o revoca nel corso dell’esecuzione alla stessa stregua di quanto accade attualmente per tutte le altre pene in genere”.

Insomma, il carcere duro parificato a una detenzione normale, dove a decidere della scarcerazione sarà un giudice e non, come accade ora, il ministero della Giustizia su indicazione delle procure. Il motivo di una tale scelta il governo, però, lo ha in tasca: “I primi 41 bis – si legge nella relazione che conta su una prefazione a firma di Gianni Letta – sono in proroga continua da 15 anni, per cui si percepisce nella magistratura di sorveglianza, un certo disagio nel motivare la perdurante sussistenza dopo tanto tempo di mancati contatti con le associazioni criminali di riferimento anche perché difficilmente la polizia svolge indagini sui condannati e dunque mancano relazioni di polizia giudiziaria effettivamente utilizzabili”. In realtà, diverse indagini giudiziarie, oltre alla commissione Parlamentare antimafia, hanno più volte registrato come i boss di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra continuino a comandare e a dirigere i propri affari anche dal carcere duro. Eppure, la Corte europea ne fa una questione di diritti umani. “Evidentemente – dice la Chelli – l’Europa ha meno problemi di noi in fatto di mafia”. Di più: “Dove stava l’Europa negli anni delle stragi”.

E così, se pur in via di principio le sentenze europee sollevano un problema presente nelle nostre carceri (al di là del 41 bis), dall’altro l’indicazione rischia di dare fuoco alle polveri di un caso che oggi resta al centro delle inchiesta più importanti su Cosa nostra. Dopodiché, si sa, il carcere duro per i boss siciliani resta il vero cruccio. Lo abbiamo capito già nel 202 quando Leoluca Bagarella intervenne in aula per lanciare messaggi ai politici. “Le promesse – disse nel suo italiano stentato – non sono state mantenute”. In quello stesso anno, pochi giorni dopo l’approvazione della legge sul carcere duro dagli spalti dello stadio La Favorita di Palermo comparve un ormai storico striscione che recitava: “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. E così, quasi dieci anni dopo, il presidente del Consiglio sembra aver ritrovato la memoria, complice, forse, il terrore di una collaborazione da parte dei Graviano. Giovanna Chelli si domanda: “Perché tanta solerzia nell’abolire il 41 bis da parte della presidenza del Consiglio? Perché proprio ora? E comunque per me il 41 bis non viola i diritti umani”. Quegli stessi diritti umani “che Salvatore Riina e i fratelli Graviano si sono messi sotto i piedi la notte dei Georgofili”. Un fatto è certo, oggi a Palermo si sta celebrando un processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Un complicato accordo che tra i suoi vari punti prevedeva l’uscita dal carcere di centinaia di mafiosi.