“La stupidità militarista occidentale è sorprendente. Tutti i siriani sono contro un intervento paragonabile a quello in Iraq o in Libia, che finirebbe per moltiplicare le sorgenti di violenza nel Paese. In Iraq e in Afghanistan non solo non ha funzionato, ma ha addirittura messo in moto una macchina che ha finanziato gli estremismi”. A parlare è il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa el-Habasci e autore di un saggio appena pubblicato per Jaca Book, Innamorato dell’Islam credente in Gesù (pg.202, euro 19).

Sulla risoluzione della questione siriana padre Dall’Oglio, formato alla teologia della liberazione, ha le idee molto chiare: “Il Paese che dovrebbe giocare il ruolo di mediatore chiave nell’attuale crisi siriana è il Brasile, proprio perché meta di una massiccia immigrazione araba. In quel paese ci sono milioni di arabi e centinaia di migliaia di siriani, non è uno stato che rientra in una logica filo occidentale e Nato e ha quindi le caratteristiche giuste per essere accettato da Damasco”.

Dall’Oglio nel 1982 ha ricostruito un monastero e un’intera comunità dedita al dialogo tra cristiani e musulmani, sulle montagne a est di Nebeck, 1320 metri di altezza a nord di Damasco. Da qui padre Paolo lancia un appello perché il monastero è allo stremo e sta per essere travolto dalla crisi che investe tutta la Siria. “Molti giovani vengono quassù per pregare e lavorare, per reagire al rischio dello stress che ci minaccia tutti” dice padre Paolo, che venerdì insieme agli altri monaci ha accolto un bambino di due anni e mezzo “i cui genitori sono scomparsi nella tormenta che affligge il Paese”.

Dall’Oglio non risparmia critiche all’intervento Nato in Libia e alla partecipazione italiana dopo che Silvio Berlusconi si era mostrato amico di Gheddafi tanto da ‘baciargli la mano’, così come non le risparmia neanche a una democrazia, quella occidentale, che ha venduto l’anima agli interessi petroliferi e capitalistici: “Era certo necessario intervenire in soccorso del popolo libico, ma quand’è che la collettività internazionale si convertirà alla lotta non violenta gandhiana nel cercare soluzioni ai conflitti? A dar retta ai militaristi questo obiettivo non si raggiungerà mai. La Siria punta da decenni a un mondo multipolare anziché a un mondo guidato da una sola superpotenza, siamo interessati alla relazione con l’Iran, con la Russia, con la Turchia e anche al nuovo mondo arabo. Il rischio che corre oggi la Siria, a differenza dell’Egitto, della Tunisia e perfino della Libia”, afferma “è quello di una perdita dell’unità nazionale, e di una spaccatura sulla base di appartenenze religiose e settarie”.

Dopo tanti anni di lavoro per cercare l’armonia tra cristiani e musulmani le conclusioni di Don Paolo sono chiare: “L’occidente, lo si voglia o no, rappresenta al di là delle buone intenzioni relative ai diritti umani, alcune grandi egemonie economiche e geopolitiche. L’approdo a una democrazia matura in Siria dipende dalla possibilità di concordare delle garanzie costituzionali a protezione delle minoranze, sia religiose (musulmani sciiti-alawiti, drusi e cristiani) che etniche (curdi, armeni ecc.) che ideologiche (comunisti, nazionalisti siriani). La Siria si rende conto oggi, definitivamente, di dover metter mano a delle riforme democratiche”.

di Alessandro Micci