Domenica la Thailandia torna al voto. A oltre un anno dalla protesta delle camicie rosse il paese eleggerà la nuova Camera dei Rappresentanti. Elezioni attese da mesi. Il primo ministro Abhisit Vejjajiva ha deciso di sciogliere in anticipo il parlamento. E tra i candidati premier c’è Yingluck Shinawatra, la più giovane delle otto sorelle del “Berlusconi thailandese” Thaksin Shinawatra, l’ex capo del governo thailandese destituito da un colpo di stato militare e oggi in esilio a Dubai. La 44enne ha buone possibilità di successo.

I sondaggi danno in vantaggio la giovane candidata del partito di opposizione Pheu Thai sull’attuale premier Abhisit Vejjajiva, (anche lui quarantaquatrenne) leader del Partito Democratico e capo di una coalizione sostenuta, dietro le quinte, dalle potenti forze armate.

Fino a metà maggio Yingluck, master in business administration all’università del Kentucky, non si era mai occupata direttamente di politica. Ha però sempre vissuto nelle stanze del potere come manager di successo: prima presidente di Ais, Advanced Info Service, la più grande compagnia di telefonia mobile del paese, poi di Sc Asset, l’immobiliare di famiglia.

E soprattutto è cresciuta nell’orbita del fratello maggiore, il potente tycoon Thaksin Shinawatra, 62 anni, fondatore del partito Thai Rak Thai e capo del governo thailandese dal 2001 al 2006, quando fu destituito da un colpo di stato condotto dai militari (ben 18 dal 1932, quando il paese diventò una monarchia costituzionale).

“Io e Yingluck abbiamo lo stesso modo di pensare, lo stesso Dna” ha dichiarato in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel. È stato lui a chiamare la brillante business woman, la più piccola delle otto sorelle, nel suo esilio di Dubai per proporle l’avventura di diventare la prima donna premier della Thailandia. “Il paese ha bisogno di riconciliazione, noi offriamo la mano ai nostri oppositori. Una faccia nuova può giovare molto in questa situazione” ha spiegato.

Mossa indovinata: la grazia femminile della candidata ha convinto gli elettori, soprattutto nelle zone rurali e povere del nord est, da sempre sensibili al fascino del miliardario e alla sua politica populista. Anche se afferma di non volersi più occupare di politica, Thaksin probabilmente spera, con la vittoria del Pheu Thai, in un’amnistia che gli permetta di ritornare a Bangkok, dove adesso sarebbe arrestato. Sul suo capo pende infatti dal 2008 una condanna a due anni per abuso d’ufficio e conflitto d’interesse. La Corte Suprema, per le stesse ragioni, gli ha inflitto una multa di 1,4 milioni di dollari.

Personaggio controverso, Thaksin Shinawatra è spesso chiamato “il Berlusconi thailandese”. Le affinità con il fondatore di Forza Italia sono molte: entrambi hanno costruito la loro fortuna nelle telecomunicazioni e nell’immobiliare, entrambi proprietari di una squadra di calcio (Thaksin ha però ceduto il Manchester City nel settembre 2008 a una società saudita). Come Berlusconi anche il tycoon thailandese ha incominciato a occuparsi di politica nel 1994 ed è diventato capo del governo nel 2001. In comune anche l’amicizia con il premier russo Vladimir Putin che vanno a trovare nella sua dacia. Tutti e due sono iperattivi: «Non riesco a stare fermo in un posto» ammette Thaksin che, da quando è in esilio, vola da Hong Kong a Singapore, dalla Cina al Brunei, dalla Svizzera alla Cambogia, ha acquisito la cittadinanza del Montenegro e il passaporto diplomatico del Nicaragua. Senza tralasciare i viaggi per affari in Africa dove ha investito in miniere d’oro in Uganda, di carbone in Sudafrica e di platino in Zimbabwe.

Molto ricchi, abituati a comandare senza essere contraddetti, sia Silvio B che Thaksin Shinawatra, secondo chi li critica, “pensano di governare il paese come fosse una loro azienda”. E soprattutto hanno entrambi una sorta di allergia per magistrati e corti di giustizia, con esternazioni pubbliche che presentano più di un’analogia. Il miliardario asiatico ha dichiarato più volte che la legge è spesso un ostacolo che impedisce agli uomini politici di risolvere i problemi: “È strano che un leader votato da 11 milioni di persone debba inchinarsi alle leggi della Commissione contro la corruzione e al verdetto della Corte costituzionale, due istituzioni composte da commissari e giudici che non sono stati scelti dal popolo” (Bangkok Post, 5 agosto 2001). Mai sentita dalle nostre parti questa frase?