Riceviamo e pubblichiamo le precisazioni inviate da Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, a proposito dell’articolo Una vita da borsista all’Istituto Mario Negri. “Qui di assunti ci sono solo le segretarie”, pubblicato il 29 giugno 2011.

I dipendenti dell’Istituto Mario Negri sono attualmente 284 (i profili segretariali sono il 13%). Dal 2009 ad oggi, in un periodo di crisi, sono state assunte 37 persone, certamente più di qualsiasi altro Istituto di ricerca. Il Mario Negri non è un’impresa, ma una Fondazione che non ha scopo di lucro, non pone brevetti sulle sue scoperte ma pubblica tutti i suoi risultati a beneficio della collettività; è indipendente dallo Stato e dall’industria. Compito dell’Istituto non è creare posti di lavoro – anche se ne ha creati molti – bensì “professionalità” attraverso un iter di formazione sul campo, come avviene nel mondo anglosassone. Molti borsisti trovano impiego prima di completare i corsi, proprio perché enti privati e pubblici apprezzano tale modalità di formazione.

Quando viene effettuata con il criterio del “training on the job”, la formazione ha basi molto concrete perché permette di partecipare a reali progetti di ricerca con obiettivi che devono essere misurabili. Questo impone degli obblighi, anche ad esempio in termini di orario di lavoro perché il borsista deve seguire gli esperimenti dall’inizio alla fine. Inoltre, ogni giorno il borsista è invitato a seguire tutte le lezioni, i seminari e i corsi che si svolgono in Istituto. I più meritevoli possono panecipare a corsi e convegni nazionali e internazionali a spese dell’Istituto.

La maggioranza dei borsisti è iscritta ai corsi delle scuole di formazione dell’Istituto, scuole che danno la possibilità di ottenere le seguenti certificazioni:

– Specialista in ricerca biomedica (per i laureati)

– Tecnico in ricerca biochimica (per i diplomati)

– Dottorato di ricerca in scienze farmacologiche

– PhD

In altri ambienti la formazione viene pagata dagli studenti. Al Mario Negri invece ogni studente riceve una borsa di studio da 9.000 a 20.000 euro/anno. Per chi desidera ottenere il PhD l’Istituto paga anche le relative tasse alla Open University di Londra cui è affiliato. E’ vero che le borse sono basse, ma questa è la situazione italiana che soffre della cronica mancanza di fondi per la ricerca scientifica, la quale purtroppo continua a non essere recepita come un’opportunità di sviluppo economico oltre che culturale e sociale.