Nuovo genocidio in Sudan. Le forze armate e la milizia appoggiata dal governo stanno portando avanti una campagna di pulizia etnica contro il popolo Nuba del Kordofan meridionale, al centro-sud del paese.

Il 6 giugno 2011 sono scoppiate le ostilità nello stato del Kordofan meridionale, che comprende il distretto di Abyei, che dall’accordo di pace di Nairobi del 2005 gode di uno speciale status amministrativo ma dal gennaio di quest’anno è nuovamente teatro di scontri. Abyei è un’area di circa 10.000 chilometri quadrati considerata da sempre un ponte fra il nord arabo e il sud cristiano e animista ma che, fertile e soprattutto ricca di petrolio, in vista della secessione del Sudan meridionale che avverrà il 9 luglio è stata reclamata da entrambe le parti.

Il Sudan Democracy First Group (SDGP), una coalizione di cittadini democratici, attivisti, sindacalisti e docenti universitari di diversa provenienza etnica e culturale, denuncia che la settimana scorsa nel Kordofan meridionale e sulle montagne di Nuba l’esercito e la Popular Defence Forces, la milizia armata, hanno commesso 28 esecuzioni sommarie documentate, anche di disabili. Hanno poi effettuato circa 200 arresti e si sono resi responsabili di torture di opponenti politici e di civili, anch’esse documentate, incendi dolosi e rapimenti, oltre alla distruzione delle infrastrutture e l’incendio di alcune chiese, soprattutto nella capitale Kadugli e nella città di Diling. Particolarmente colpiti sono stati i villaggi dei Nuba, bombardati da arei militari Antonov di origine ucraina e da MIG-23 di origine russa. L’esercito è andato porta a porta e ha installato dei posti di blocco lungo la strada Kadugli-Diling e Kadugli-El Obied per identificare, arrestare o uccidere sul posto quelli sospettati di simpatizzare con il Movimento di liberazione sudanese.

Kadugli è diventata una città fantasma e manca di cibo e di acqua. Gli ordini di arresto sono stati firmati da Omar al-Bashir, presidente in carica del Sudan e segretario del National Congress Party, e Ahmed Harun, uno dei tre sudanesi ritenuti colpevoli dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur e attuale governatore del Kordofan meridionale. Bashir e Harun hanno dichiarato di voler “ripulire la regione da elementi ostili al governo”.

Il Sudan Democracy First Group riporta che secondo i testimoni la settimana scorsa sono stati compiuti oltre 30 bombardamenti aerei su villaggi abitati dai Nuba e il 9 giugno è stata bombardata anche Jau, una cittadina al confine del stato dei Kordofan. Da allora circa 100.000 persone, perlopiù Nuba, sono fuggite a piedi verso il sud del paese. Nella capitale del Kordofan 10.000 civili hanno cercato rifugio nella sede della missione Onu sudanese.

I Nuba, una popolazione indigena formata da diverse tribù che nel 2003 contava oltre un milione di persone, è situata alle pendici delle montagne omonime e fino agli anni Ottanta viveva in condizioni primitive. Durante la guerra civile ha sostenuto l’Esercito di liberazione del popolo sudanese. Dopo la sconfitta una parte della popolazione rimasta si è rifugiata sulle montagne, un’altra è stata fatta prigioniera e deportata nel Kordofan settentrionale e nella capitale Khartoum, dove è stata costretta a convertirsi all’islamismo. Solo dopo l’accordo di pace del 2005 fra il governo del Sudan e l’Esercito di liberazione e un periodo di rieducazione i Nuba sono potuti tornare nel luogo di origine.

Una delle conseguenze della fuga del popolo Nuba in un lasso di tempo così breve, circa una settimana, insieme al protrarsi dei bombardamenti e della violenza, è l’aggravarsi della situazione umanitaria. È stata persa o distrutta gran parte delle provviste di cibo. Acqua, elettricità, trasporti e ospedali hanno smesso di funzionare. I bambini accusano sintomi di malnutrizione anche nella sede dell’Onu, che non sembra in grado di affrontare la situazione. Alcuni membri egiziani dello staff sono stati addirittura accusati di non cooperare e di obbedire alle minacce dell’esercito e della milizia.

Ai giornalisti, sia quelli locali sia quelli stranieri, è vietato entrare nel Kordofan meridionale e sulle montagne di Nuba e la stampa che ha pubblicato storie di violazioni contro i civili e notizie sulla situazione umanitaria è stata confiscata. Un gruppo di reporter di Al Jazeera è stato messo in prigione appena arrivato a Kadogli e qualcuno di loro è stato torturato prima di venire espulso dalla regione. Anche un gruppo di giornalisti di Al Arabiya è stato fermato sulla strada verso la capitale e non gli è stato permesso di procedere per tornare a Khartoum.

L’Alto Commissariato delle le Nazioni Unite per i rifugiati ieri si è rivolto alle autorità del Kordofan meridionale, dove alcune agenzie Onu sono state saccheggiate. “Lanciamo un appello alle autorità di Kadugli e a quelle del governo centrale a Khartoum perché sia permesso l’accesso terrestre e aereo alle agenzie umanitarie – ha detto ieri la portavoce Melissa Fleming – le nostre operazioni sono gravemente controllate e non siamo in grado di raggiungere neanche i depositi di cibo a 5 chilometri di distanza”.

Anche l’Oganizzazione mondiale della sanità ha denunciato che venerdì scorso le provviste mediche e l’attrezzatura sono stati rubati dai suoi uffici, dai magazzini e dagli alloggi del personale a Kadugli. Denunce di saccheggio anche da parte del World Food Programme dell’Onu. Emilia Casella, portavoce dell’agenzia, ha dichiarato che i magazzini di Kadugli sono protetti dalle autorità locali e sembra non siano stati danneggiati ma al momento al personale dell’Onu non è consentito l’accesso per prendere il cibo.