La capitale libanese Beirut

Beirut ha di nuovo un governo. Dopo cinque mesi di attesa, il premier libanese Najib Miqati ieri ha reso noti i nomi dei membri del nuovo esecutivo che vede, accanto a 11 esponenti “indipendenti” vicini al premier e al presidente Suleiman, due terzi provenire da Hezbollah. Nella lista dei 30 nuovi ministri, però, non compare alcuna donna e la notizia ha fatto letteralmente infuriare le associazioni per i diritti delle donne.

Una sconfitta, secondo molte attiviste, soprattutto rispetto all’ultimo governo che contava due ministri in rosa, di cui una in un dicastero pesante come quello delle Finanze. “Speravamo di vedere delle donne nel governo” ha sottolineato al quotidiano The Daily Star Zoya Rouhana, che guida l’organizzazione Kafa-Basta violenza e sfruttamento bollando la decisione come un sonoro “passo indietro”.

Mentre il nuovo governo è pronto per il voto di conferma parlamentare e le Forze del 14 marzo del premier uscente Saad Hariri, in rotta di collisione con Hezbollah, hanno rifiutato di far parte del nuovo esecutivo passando all’opposizione, qualcosa scricchiola nella società civile.

Molti temono che una presenza così forte del Partito di Dio possa far scivolare nel dimenticatoio alcuni provvedimenti sui temi della famiglia e dei diritti delle donne, come gli emendamenti sulla maternità e la bozza della legge contro le violenze domestiche. E se il buongiorno si vede dal mattino, la strada potrebbe essere in salita considerando le recenti critiche del neo-ministro della Gioventù e dello Sport Faisal Karami proprio sulla bozza anti-violenza. “Vogliamo semplicemente che le donne possano denunciare gli abusi e andare alla polizia – ha concluso Nadine Moawad, attivista per le questioni di genere – Ma ci hanno accusato di distruggere la famiglia”.

Da come si posizionerà il governo nelle prossime settimane si potrà capire quanto il nuovo Libano di Miqati sarà disposto a fare della società civile un interlocutore reale. I primi timori già serpeggiano: “Penso che questo nuovo esecutivo sarà talmente impegnato a far fronte agli attacchi delle Forze del 14 Marzo – ha raccontato Moawad- da non avere tempo per affrontare questioni come quella dell’elettricità, dell’acqua, delle donne e dei giovani”.

Dopo cinque mesi di vuoto istituzionale, e anni di instabilità politica, la situazione economica mostra pesanti segni di cedimento, complice oltre all’instabilità interna anche i riverberi della Primavera araba e le rivolte in Siria. Secondo Pierre Achkar, presidente dell’associazione degli albergatori libanesi, “Gli affari sono diminuiti del 40 per cento nei primi sei mesi dell’anno”, il mercato immobiliare ha registrato un meno 21% nei primi quattro mesi del 2010 e segnali preoccupanti arrivano anche dalla Borsa di Beirut dove le società libanesi hanno perso, da gennaio a maggio, già l’8,9%. La portentosa crescita economica del 2010 (+7,5%), sembra un pallido ricordo: secondo il Fondo monetario internazionale il 2011 chiuderà con un +2,5%.

I primi auguri di buon lavoro al neo-governo, intanto, sono arrivati da Damasco e Teheran. Da una parte il presidente siriano Bashar al Assad, alle prese con uno dei passaggi più delicati delle rivolte interne, non poteva che congratularsi con Maqati, suo amico personale, per un governo con una presenza tanto forte di Hezbollah. Dall’altra parte l’Iran, che si è già detto pronto ad “attuare gli accordi siglati tra i due Paesi”.

Alla Vecchia Europa, invece, il compito di associare ai complimenti per aver messo “fine a mesi di stallo politico e istituzionale”, come ha reso noto l’Alto rappresentante per la politica estera europea Catherine Ashton, la richiesta di riforme democratiche e, soprattutto, il rispetto degli obblighi internazionali tra cui quelli “assunti con la risoluzione Onu 1701 e con il Tribunale speciale per il Libano”.

Una questione delicata quella del Tribunale incaricato di accertare le responsabilità dell’attentato nel 2005 costato la vita all’ex premier Rafik Hariri, padre di Saad, secondo molti da imputare a personaggi vicini a Damasco. Proprio su questo a gennaio scorso si era consumato lo strappo politico con la fuoriuscita dal governo “di unità nazionale” presieduto da Saad Harir dei ministri di Hezbollah che chiedevano una presa di distanza dal Tribunale.

di Tiziana Guerrisi – Lettera 22