La popolarità confusa con una sorta di certificato che permette di delinquere. Capita in politica, ma è più complesso visto che una sorta di impunità, almeno per i parlamentari, esiste davvero, e capita più spesso negli ambienti sportivi.

Prima Di Vaio che si fa prestare un pass invalidi per non pagare cinquemila euro di multa. Oggi Beppe Signori che scommette 150.000 euro su una partita, Lecce-Inter, e finisce invischiato in una vicenda che ha il sapore delinquenziale dove lui è considerato il capo assoluto. L’unico paragone possibile è il ruolo, quello di capitano, in fasi diverse, del Bologna calcio. Quello di Di Vaio è un peccato veniale, certo. Ma sempre di truffa si tratta.

Un calciatore, pieno di soldi e tronfio di popolarità, che segna, si alza la maglia, viene applaudito e idolatrato dal bottegaio di quartiere al presidente della Camera Gianfranco Fini (tifosissimo rossoblu) ha bisogno di non pagare una cinquantina di multe? Gli cambia la vita? No. Cinquemila euro, per Di Vaio, sono paragonabili a cinquanta centesimi di un comune mortale che vive di stipendio.

Diverso il discorso per Signori. Che fosse appassionato di scommesse a Bologna lo sapevano anche i sassi. Che fossero illegali no, ovviamente non lo immaginava nessuno. Signori aveva a Bologna la sua base, dove viveva da pensionato del calcio. Un pensionato di lusso, gli ultimi contratti erano milionari. Avrebbe campato di rendita lui, la moglie, i figli, i nipoti e forse una generazione successiva. Bisogno di scommettere 150.000 per una partita? No. E allora?

Probabile sia l’avidità, certo. Ma in genere le persone perbene fanno altre operazioni per accumulare soldi.