Era tutto pronto, nero su bianco, si aspettava di dare corso ad un progetto di reindustrializzazione che, oltre a puntare su innovative vetture elettriche, avrebbe salvaguardato anche poco meno di 200 lavoratori. Mancava solo il via libera del ministero dello sviluppo economico, il quale, di rimandi in rimandi, non ha eluso l’inevitabile destino di chiusura dello stabilimento Cnh di Imola (gruppo Fiat).

Per il sito produttivo imolese, infatti, un’unica certezza aleggia sulla testa dei 183 lavoratori rimasti: oggi 1 giugno lo stabilimento chiude i battenti, viene completamente e definitivamente dismesso. Per il momento i lavoratori rimasti (oggi 183, ma due anni fa al momento dell’annuncio della chiusura ne erano 450) possono godere della magra consolazione costituita da undici mesi di cassa integrazione (prorogabili per un altro anno, a condizione che nel frattempo venga ricollocato almeno il 30% del personale), ma una volta esaurito il tempo dell’ammortizzatore sociale l’alternativa sarà la mobilità, ovvero il licenziamento.

È durata oltre due anni la battaglia di lavoratori e sindacati per salvare il sito produttivo e riconvertirlo, ma nell’ultimo mese la stasi è giunta a bussare alla porta. Tutto si è fermato, infatti, dinanzi al continuo posticipo, da parte del ministero dello sviluppo economico, dell’incontro che avrebbe dato corso al progetto di reindustrializzazione messo in campo da una cordata di imprenditori locali e dall’Università di Bologna, che prevede di puntare sulla trazione elettrica dei veicoli e delle batterie al litio.

Un progetto del valore di da circa 45 milioni di euro in cinque anni (la cui metà dovrà venire proprio dal Governo), con una prospettiva occupazionale a regime di 215 dipendenti nelle linee produttive e 31 lavoratori nel settore ricerca e sviluppo.

E mentre il Governo, per bocca del ministro Paolo Romani, tace (circa il sostegno economico al progetto) ciò che di certo c’è è la chiusura dello stabilimento e che non sia stata ancora sondata la disponibilità del gruppo Fiat a concedere lo stabilimento ad affitto zero.

“I giorni, le settimane e gli anni passano – è l’umore dichiarato da Stefano Pedini, Marzia Montebugnoli e Paolo Liverani, rispettivamente segretari di Fiom/Cgil, Fim/Cisl e Uilm/Uil – e il nostro territorio vede chiudere la più grande impresa privata, che assicurava occupazione, considerando anche l’indotto, ad oltre 550 addetti”.

Era il giugno del 2009, quanto dalla Fiat di Torino arrivò la notizia shock da parte dell’amministratore delegato Sergio Marchionne: tra due anni chiuderà lo stabilimento della Chh di Imola (New Holland Costruction, specializzazione in macchine agricole industriali), per il trasferimento negli altri due stabilimenti Cnh di San Mauro a Torino e Lecce; decisione dovuta al calo del 50% in Europa del mercato delle macchine per le costruzioni, gettando nello sconforto i 450 dipendenti circa allora impiegati nel sito.

Da allora di passi avanti se ne sono fatti, fino ad arrivare all’ipotesi di reindustrializzazione. Il progetto consiste in un’iniziativa industriale legata allo sviluppo dell’industria della mobilità ad alimentazione elettrica e delle batterie, che raggruppa aziende leader nei rispettivi campi, tra le quali Kemet-Arcotronics, Carraro, Carer, Microvett, Marelli, Bordini Eng, Arca Tecnologie, E2T e gruppi di ricerca presenti  nella Rete Alta Tecnologia regionale (Ciri Unibo).

Il disegno progettuale, dunque, prevede di localizzare nello stabilimento ex Cnh (o in una parte di esso) le linee di montaggio e collaudo di vetture o macchine operatrici elettriche, comprendenti linee di assemblaggio di componenti o di sub assemblaggi coerenti con le costruzione di sottocomponenti (drive line e battery pack ) e produzione di piattaforme base per la trazione e macchine operatrici.

L’operazione prevede di includere, inoltre, anche la preparazione delle celle elettrochimiche come opzione evidenziata a parte per supportare la completezza della linea prodotto ed una espansione produttiva dei fornitori interessati basata sulla ipotesi di concentrare la produzione sull’allestimento dei veicoli ad esclusione delle carrozzerie fornite da terzi.

Tutto dipendeva, pertanto, dalla disponibilità del Governo ad avallare (anche economicamente) un progetto che diventa, di conseguenza, una concreta opportunità di convertire le produzione in chiave rinnovabile. L’impegno governativo era stato preso il 20 aprile scorso, poi rimandato a maggio e oggi “disertato” senza impedire la ormai nota e prestabilita chiusura dello stabilimento.