Per capire che razza di mastino sia Romano Prodi bisogna vederlo correre in bicicletta. Non è uno delle scalate alla Pantani, non si toglie la bandana in un gesto plateale a trenta chilometri dall’arrivo, ma sa essere nel gruppo e capire quando è il momento di alzarsi sui pedali per arrivare in fondo al traguardo. E la tappa, nel Prodi da corsa, non conta niente, conta il giro, la passerella finale.

Dopo un esilio volontario dalla vita politica italiana, dopo tre anni di assenza e polemica dalla Cina, è apparso primo in curva lo scorso venerdì 13 maggio aprile, quando sul podio di piazza Maggiore (dove non aveva nessuna voglia di vincere, ma da vincitore è stato celebrato) si è preso il ruolo di capitano della squadra . E non solo nella sua Bologna. Un’ovazione, come quella di stasera al Pantheon.

Certo, Virginio Merola, quello che sarebbe stato il futuro sindaco, ha capito quella sera che nei suoi cinque anni sarà debitore dell’ultimo presidente del consiglio eletto del centrosinistra. Ma soprattutto è stato Pierluigi Bersani a capire che Romani Prodi non si era per niente trasferito dalla scena politica, non ne aveva nessunissima voglia, e la Cina e l’imprenditoria sono stati solo il suo hobby. L’ha capito talmente bene Bersani tanto che, in privato, non fa più mistero che il papabile inquilino del Quirinale del centrosinistra sia Romano Prodi. Si è convinto perché un Prodi come nemico non conviene averlo. Ne sanno qualcosa D’Alema, Marini, Veltroni. Tutti hanno sognato, cercato di essere come Prodi, i primi due persino di arrivare al Quirinale, ma non ce l’hanno fatta. partita chiusa. E Prodi con Bersani è sempre stato amico, fin da quando lo scelse come ministro nel 1996, lanciandolo dalla presidenza dell’Emilia Romagna sulla scena nazionale. Bersani ha sempre ricambiato, ascoltato anche – come il suo successore ex braccio destro, Vasco Errani – era considerato uomo di D’Alema.

E poi, Bersani o non Bersani, il Pd non ha comunque nessun altro nel gruppo da potere contrapporre al Professore.

(video di Irene Buscemi)

Prodi lo negherà all’infinito, ma in questi anni anche per il Quirinale ha lavorato. I contatti non ha mai smesso di coltivarli. Ha continuato a sentire al telefono lo stesso Bersani, raramente fino a pochi mesi fa, molto più spesso oggi. Ha mantenuto contatti più frequenti con Enrico Letta. Ha visto decine di volte Vasco Errani, per ragioni legati all’asse economico tra la Cina e l’Emilia Romagna, ma anche Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo. E’ in ottimi rapporti con il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, che lo aveva voluto editorialista al Messaggero. Non ama l’ingegner Carlo De Benedetti, dopo i rapporti stretti e persino essere stati accomunati nelle accuse lanciate da Berlusconi per il caso Cirio. Sia il Professore che l’Ingegnere vogliono essere dei Numeri Uno. Le strategie si sono allontanate, mentre De Benedetti di volta in volta sceglieva D’Alema, Veltroni, lo stesso Enrico Letta. Ezio Mauro chiama Prodi il “caprone”, ma non è un insulto, da parte di un piemontese che non ama l’astuzia cattolica dell’altro. E con Prodi i giornali del Gruppo L’Espresso si sono acconciati a fare di nuovo i conti.

Il Professore si è guardato bene da parte sua dal mettersi contro a Giulio Tremonti e altrettanto ha fatto il ministro dell’Economia., da quando si ripresentò in Europa nel 2008 dicendo: “Mi sono portato l’ultimo libro di Prodi”.

Tutti ingredienti che sono decisivi in un’eventuale scalata verso il Quirinale. Prodi sa che quello strappo negli ultimi cento metri è suo, non ci sono scalatori che possono mettersi di traverso o da rincorrere. C’è solo lui. Non è un caso che si sia fatto trovare vedere fuori dal gruppo a Bologna, quindici giorni fa e ieri a Roma, quando c’era da festeggiare. Ha parlato poco con i giornalisti, ma ha spiegato una cosa fondamentale: per governare bisogna farsi trovare preparati. Ha parlato di cambiamento, si è detto disinteressato a ogni tattica politica, solo che ha placato gli animi di chi ha pensato anche per un attimo che vinte le amministrative sarebbe stata una passeggiata arrivare a palazzo Chigi. Poche parole, che racchiudono il quadro di una giornata: “Bisogna farsi trovare preparati”.

E in quel “bisogna” c’è anche lui, ovviamente. L’uomo che talvolta può portare alla tappa gli altri (vedi Merola a Bologna), ma che non ci sta a fare il ruolo di gregario. E se torna lo fa in grande, con la tappa più importante.

Questo è quello che gli uomini che lo circondano dicono apertamente e che lui fa finta di disdegnare. In realtà il ruolo di presidente della Repubblica, almeno in questa fase, sembra disegnato apposta per lui.