Luigi de Magistris festeggia con i suoi sostenitori

“Napoli è stata liberata”: le prime parole di Luigi De Magistris da sindaco rimbalzano sulle agenzie, siti web e speciali tg poco dopo le 17. La folla di supporter assiepata davanti al suo quartier generale, uno degli alberghi che affacciano sul Golfo, canta e urla slogan: “Cosentino dov’è?” o “Chi non salta è Bassolino”. C’è chi spara fuochi d’artificio. Il traffico sul lungomare va in tilt, anche per i caroselli d’auto improvvisati dai sostenitori, ma tassisti e automobilisti non sembrano spazientirsi: in città già si respira un’aria nuova. A metà pomeriggio arriva la telefonata del cittadino più illustre: il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si congratula e augura un buon lavoro all’ex pm per risollevare le sorti della sua città. Impensabile fino a pochi mesi fa, se solo si ricorda che Napolitano è anche il capo del Csm che ha di fatto spinto fuori dalla Magistratura De Magistris.

È il segno della portata del voto di Napoli, già chiaro poco dopo la chiusura delle urne ma che nessuno, alla vigilia, immaginava così netto. Lo stesso De Magistris stenta a crederci, quando inizia a parlare ai giornalisti seduto in maniche di camicia accanto ad Antonio Di Pietro. Trenta punti percentuali, 65 a 35: 120 mila preferenze di differenza tra l’ex PM e il candidato del centrodestra. Numeri che, sommati a quelli del primo turno e ai posti da consigliere conquistati dalle tre liste che lo hanno sostenuto sin da subito, permettono al nuovo sindaco di andare oltre: “È un mandato popolare fortissimo, che va molto aldilà dei partiti che mi hanno appoggiato: io e la mia Giunta non dovremo dar conto a nessuno”. In serata De Magistris rincara la dose: “Abbiamo arruvutato (abbiamo fatto una rivoluzione, ndr). Ora apriremo le finestre per fare entrare la legalità, via il puzzo del compromesso morale”. Ringraziamenti di rito anche per “Pd, Sinistra Ecologia e Libertà e il professor Pasquino” (il candidato del Terzo Polo, dato per certo come Presidente del Consiglio Comunale, ndr) ma il messaggio è chiaro: da oggi a Napoli si volta pagina sul serio. Nelle scelte e nei metodi. E c’è chi già è pronto a scommettere che la rivoluzione arancione di De Magistris punterà a sconvolgere l’assetto politico nazionale, del centrosinistra ma non solo.

Più che un punto e a capo, è un “punto, punto e virgola, due punti”: per spiegare il voto nella città del Vesuvio e delle munnezza, bisogna scomodare Totò e Peppino e la famosa scena della lettera (peraltro, scritta a Milano). Perché, il risultato elettorale partenopeo chiude tutte assieme diverse partite. A livello locale: la stagione di Bassolino, quella totalmente fallimentare della Iervolino e quella dei Cosentino e dei Landolfi, che mai sono riusciti a mettere le mani sulla città e che ora sconteranno il pessimo risultato di Napoli. Per nessuno dei protagonisti dell’ultimo ventennio napoletano ci sarà spazio nella nuova stagione politica e amministrativa della città.

A livello nazionale, nel centrosinistra nulla sarà più come prima: dal risultato di Napoli, terza città d’Italia, esce una nuova geografia nella coalizione, con il Pd costretto a inseguire e offrire il proprio sostegno incondizionato dopo la figuraccia rimediata al primo turno. “È emerso in modo evidente che Napoli non si è messa nelle mani del centrodestra di Cosentino e Lettieri per ritrovare la sua strada”, ha commentato a freddo Pierluigi Bersani. Ma è altrettanto evidente che non si è messa nella mani di un partito dilaniato dalle faide interne a Napoli e incapace di gestire la guerra tra bande nemmeno con l’invio da Roma del secondo commissario in due anni.

La sconfitta più pesante, resta tuttavia quella rimediata da Silvio Berlusconi, che continua a ripetere di sentirsi un po’ napoletano ma nel suo profondo dovrà odiare Napoli come nessuna città al mondo. È lì che iniziò la sua avventura da statista col G8 nel 1994 salvo poi, pochi mesi dopo, ricevere sempre lì il suo primo avviso di garanzia da Premier proprio durante un vertice internazionale. È sempre a Napoli che si è incrinata la consegna del silenzio tra le Papi Girl, con Noemi Letizia che raccontò all’Italia intera di quel nomignolo dopo aver preteso la sua presenza alla festa per i 18 anni. Ed è a Napoli che si è materializzata tutta l’incapacità della sua azione di Governo sul dramma rifiuti: mai nessuno aveva avuto pieni poteri e consenso incondizionato come lo è stato per Berlusconi nel 2008. I sacchetti in pieno giorno nella strada che divide il comitato Lettieri dagli uffici di Stefano Caldoro, cioé il candidato che avrebbe dovuto conquistare Napoli e il Governatore, sono l’emblema della disfatta. I fischi rimediati dal Premier sul palco di piazza del Plebiscito, venerdì sera a chiusura della campagna elettorale, sono la colonna sonora che accompagna i titoli di coda.

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