Dopo 19 anni la verità sulla morte di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta non è stata ancora pienamente raggiunta. Dopo 19 anni il popolo dei giovanissimi dell’antimafia torna a chiedere verità sui misteri che ancora avvolgono la strage di Capaci. Recentemente, gli stessi interrogativi li hanno ripercorsi nuovamente anche i pm di Caltanissetta: il procuratore Sergio Lari ha deciso di riaprire l’inchiesta sulla strage del 23 maggio 1992.

Si riparte dalle dichiarazioni offerte dal pentito Gaspare Spatuzza, che ha già offerto un contributo importante per riscrivere la storia della strage Borsellino. L’ex boss di Brancaccio ha indicato una pista ben precisa per arrivare a chi fornì l’esplosivo di tipo militare utilizzato per l’attentato a Falcone: “Circa un mese e mezzo prima di Capaci – ha messo a verbale – vengo contatto da Fifetto Cannella, mi dice di procurare una macchina più grande che dobbiamo prelevare delle cose. A piazza Sant’Erasmo, ad aspettarci, c’erano Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Barranca. Noi aspettavamo anche Renzino Tinnirello. Quindi siamo andati a Porticello, ci siamo avvicinati alla banchina e c’erano tre pescherecci ormeggiati: siamo saliti sopra uno di questi e nei fianchi erano legate delle funi, quindi abbiamo tirato la prima fune e c’erano praticamente semisommersi dei fusti, all’incirca mezzo metro per un metro. Quindi, abbiamo tirato sulla barca il primo fusto, poi il secondo e li abbiamo trasferiti in macchina”.

Il procuratore Lari, il suo aggiunto Domenico Gozzo e i sostituti Nico Marino e Stefano Luciani hanno già incaricato la Direzione investigativa antimafia (Dia) di fare accertamenti, e sarebbero emersi riscontri importanti al racconto del collaboratore, per individuare i pescherecci e soprattutto per dare un nome a chi caricò i fusti. Spatuzza sostiene che l’esplosivo sarebbe stato recuperato in mare, da alcuni siluri inesplosi della seconda guerra mondiale.

Quello dell’esplosivo non è l’unico punto rimasto irrisolto nel processo di Caltanissetta che ha condannato i componenti della Cupola mafiosa e gli esecutori materiali. Non sappiamo ancora chi entrò nell’ufficio romano di Giovanni Falcone, al ministero della Giustizia, nei giorni successivi all’attentato, quando la stanza era sotto sequestro.

Il 6 giugno 1992, qualcuno accese il computer Olivetti M 380 che Falcone teneva sulla sua scrivania assieme a un’unità di back up, lo strumento che serve per fare delle copie dell’archivio informatico: alcuni file vennero aperti e salvati nuovamente. Tre giorni dopo, fu accesso l’altro computer di Falcone, un portatile Compaq, e venne consultato l’archivio più riservato del giudice, quello in cui erano conservati gli elenchi della struttura segreta Gladio.

Di certo, non si è mai trovato il diario personale di Giovanni Falcone, di cui lui stesso aveva parlato ad alcuni amici e colleghi. E nell’ufficio romano di via Arenula non è mai stata trovata alcuna cassetta dell’unità di back-up del computer Olivetti.

Altri due computer – un portatile Toshiba e un databank Casio – furono ritrovati dai familiari di Falcone nella sua abitazione palermitana, in via Notarbartolo. E’ davvero strano che durante il primo sopralluogo della polizia nessuno avesse fatto caso a quei due computer. Al consulente informatico della Procura di Caltanissetta, Gioacchino Genchi, bastò accenderli per verificare alcune anomalie: anche il Toshiba era stato consultato da qualcuno dopo la morte di Falcone, e la memoria del databank risultò invece cancellata. Infine, è scomparsa l’estensione di memoria, una piccola scheda Ram, che il giudice aveva acquistato qualche mese prima per ampliare la capacità della sua agenda Casio.

L’ultimo mistero l’ha aggiunto il pentito Fabio Tranchina, che collabora con i magistrati da appena due settimane. Ha parlato del corteo di auto cariche di armi che nel febbraio 1992 partì da Palermo in direzione Roma. A guidarlo, c’era il boss trapanese Matteo Messina Denaro, che all’epoca non era ancora latitante. “Li aiutai a caricare le auto e li vidi partire. Il gruppo di fuoco di Brancaccio aveva avuto il compito di uccidere Falcone a Roma – ha spiegato Tranchina, confermando quanto aveva già rivelato il pentito Vincenzo Sinacori – poi, all’improvviso, arrivò l’ordine di tornare. Perché Falcone bisognava ucciderlo in modo eclatante, a Palermo. Così fecero sapere”. Per i magistrati è una conferma importante, che serve a datare con più precisione il momento in cui Riina diede il via alla strategia stragista, e dunque alla trattativa con uomini o apparati dello Stato ancora non ben identificati.