Tutto l’archivio di Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia  è ora in mano alla Direzione investigativa antimafia (Dia). Misteri, segreti, mezze verità forse anche qualche bugia e perfino innocui bigliettini di cortesia erano raccolti in cinque scatoloni che lo stesso Massimo Ciancimino ha deciso di far ritrovare. E’ stato proprio lui a indicare, durante un nuovo interrogatorio in carcere  svoltosi ieri, il posto in cui l’archivio segreto e inesauribile del padre era custodito: uno sgabuzzino di casa sua, tra il piano terra e il primo piano dell’edificio di via Torrearsa. Il posto in cui nessuno, tra magistrati e investigatori, era finora mai entrato per un approfondito sopralluogo.

E’ infatti la seconda volta in pochi giorni che la Dia si precipita in via Torrearsa. La prima volta è accaduto dopo il fermo di Ciancimino jr. per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro il cui nome avrebbe inserito con una sovrapposizione in un elenco di personaggi del cosiddetto “quarto livello”. In quella occasione aveva fatto sapere di avere ricevuto una pesante intimidazione. Un uomo gli avrebbe recapitato, in circostanze non ancora chiarite e descritte con qualche contraddizione, un “pacco” con 13 candelotti di esplosivo e 21 detonatori.

Mentre si indaga sul giallo dei candelotti arriva il nuovo colpo di teatro. Ieri mattina Ciancimino è stato sentito per quattro ore dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Stavolta i magistrati non chiedevano solo chiarimenti sul documento che Ciancimino sostiene di non avere personalmente “taroccato” ma insistevano per sapere da dove ha tirato fuori le carte poi riversate a rate a varie Procure: Palermo, Caltanissetta e Firenze. Ciancimino alla fine ha ceduto. E ha spiegato che l’archivio segreto era praticamente a casa sua. Bastava salire cinque gradini e aprire la porta marrone dello sgabuzzino.
 “Questo – ha assicurato – è tutto quello che mi ha lasciato mio padre. Non ci sono altre carte in giro”. Sono migliaia di manoscritti, documenti originali, note e bigliettini di altre persone, anche esponenti politici, che l’ex sindaco mafioso di Palermo custodiva per un uso a futura memoria. La Dia ne valuterà il contenuto, la scientifica ne accerterà l’autencità.

Ciancimino si prepara così all’audizione di martedì, al processo che vede imputato l’ex ufficiale del Ros Mario Mori di aver favorito la latitanza del boss Provenzano. Ciancimino è ancora teste d’accusa, la Procura non ha mai avuto intenzione di rinunciare. In più di una occasione i pm hanno ribadito: “Riscontriamo caso per caso le dichiarazioni del teste”.

Ma adesso emergono nuove domande. Perché Ciancimino rivela solo ora, dopo tre anni di collaborazione, l’esistenza di quell’archivio segreto? Perché non consegnare prima quei cinque scatoloni pieni di documenti del padre? Cosa contengono i nuovi documenti?