Silvio Berlusconi con la figlia Marina al teatro Manzoni
La sentenza di appello la attende “con la serenità di chi sa di essere totalmente dalla parte della regione”. Ma Marina Berlusconi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha invece “molto da dire su De Benedetti” che prima ha attaccato la cosiddetta ‘legge ad aziendam’ e poi “in silenzio l’ha usata”.

Berlusconi VS De Benedetti. I giornali del gruppo De Benedetti “da vent’anni – attacca la figlia del premier – hanno un solo obiettivo, distruggere il presidente del Consiglio attraverso un linciaggio sistematico”, avvelenando “la vita del Paese” con il “rapporto perverso tra certa magistratura e certa informazione”. Però c’è “una questione di coerenza”: dopo la polemica “avviata e cavalcata da Repubblica sulla presunta ‘legge ad aziendam’ per un contenzioso fiscale che riguardava la Mondadori”, con annesse “paginate dedicate ai turbamenti di alcuni nostri autori legati alla vicenda”, altre “177 aziende hanno utilizzato quella presunta legge ad aziendam. E chi c’è nell’elenco? Proprio il gruppo De Benedetti, con l’editrice di L’Espresso e di Repubblica, che rischiava di dover pagare al fisco fino a 45 milioni”. Insomma “in silenzio, hanno usato quella stessa norma che per mesi pubblicamente li ha fatti gridare allo scandalo”.

“In Mediobanca ci siamo e ci restiamo”. Quanto al suo gruppo, Marina Berlusconi sottolinea che in Mediobanca “ci stiamo e ci restiamo” esprimendo “piena sintonia con i manager”. La figlia del premier non vuole però entrare “nel giochino di chi ha vinto chi ha perso” quanto all’uscita di Cesare Geronzi da Generali. “Chi ci vuole collocare in uno schieramento piuttosto che un altro o è in malafede o non ha capito nulla del nostro modo di essere imprenditori”. Con la finanza, dice, “non abbiamo mai voluto avere rapporti di potere ma sempre e solo relazioni con l’obiettivo di sostenere le nostre aziende”. E con Geronzi “c’è sempre stata reciproca collaborazione e grande lealtà. Fu uno dei banchieri, non l’unico, e nemmeno il più rilevante per impegni verso di noi, che all’inizio degli anni ’90 credette in noi e ci diede fiducia. E fece, come gli altri, un ottimo affare per la propria banca”.

“Mai in politica”. ”Non scherziamo. Ad entrare in politica non ho mai neppure pensato, non sarebbe un ruolo per me, mi piace il mio lavoro e il mio posto è nel gruppo Fininvest’’. Così Marina Berlusconi esclude categoricamente una sua discesa in politica perché, dice, “la leadership politica non si trasmette per via ereditaria o per investitura, ciascuno se la deve costruire da sè e conquistare sul campo”.

La presidente di Finivest fa però un’analisi della situazione di “ventennale anomalia” italiana, dove “l’opposizione ha rinunciato” al suo ruolo “sperando soltanto nei plotoni di esecuzione mediatica e giudiziaria”. Nel “caravanserraglio anti-Berlusconi c’è un po’ di tutto. Un gruppo di pm giornalisti e teatranti che sulla caccia al Caimano hanno costruito solide carriere”. Senza contare “gli eterni invidiosi” che soffrono “della ‘sindrome rancorosa del beneficato’ “. In cima a questa lista c’è Gianfranco Fini, “schiacciato dal complesso di inferiorità“.

Caso Ruby? “Un’inchiesta-farsa”. Nessun “imbarazzo” poi, quanto alla vicenda Ruby, “un’inchiesta farsa”. Così come un “bluff” si sono rivelati negli anni “uno dopo l’altro i pentiti, da Spatuzza a Ciancimino, tirati fuori per dimostrare che all’origine del nostro gruppo ci sono ombre mafiose”. Ma “non confondiamo la minoranza di pm che attaccano il premier con la maggioranza dei magistrati che fa il suo lavoro in silenzio e con la massima professionalità e onestà“.