Neanche la diplomazia di Gianni Letta è riuscita a limitare i danni. La crisi della maggioranza è rientrata, ma l’asse del Nord tra Pdl e Lega è ormai saldamente in mano al Carroccio. Silvio Berlusconi ha rinunciato ancora una volta a fare la voce grossa. In mattinata, prima del vertice con gli alleati, ha detto ai suoi: “Sono stanco, non dormo da due giorni, troviamo un compromesso”. Così ha quasi finito per dare ragione a Dario Franceschini che pochi giorni fa ironizzava: il premier “ha calato le braghe a Bossi”.

Il Cavaliere ha tentato in tutti i modi di mostrare una pace ritrovata con il senatùr. Senza riuscirci. In una settimana, da quando il Presidente del Consiglio ha accolto le richieste di Nicolas Sarkozy scatenando la reazione di Bossi (“siamo una colonia francese”), il premier ha cercato di recuperare. Fino a scusarsi di non essersi confrontato prima con il fedele alleato. Ma non è bastato. E non è stato sufficiente neanche promuovere pubblicamente la mozione presentata dalla Lega, nella speranza di poterla modificare. Umberto Bossi lo ha spinto ad accettarla quasi integralmente. Senza dargli la soddisfazione neanche di una telefonata in sette giorni. E così, almeno a parole, è riuscito a smarcarsi dal Pdl, come la base del Carroccio chiede a gran voce da mesi, oltre a ipotecare la poltrona di vicesindaco a Milano per il Carroccio e una casella da sottosegretario per Matteo Brigandì, avvocato storico del senatur, decaduto da consigliere laico del Csm meno di un mese fa.

Il primo punto a favore il Carroccio l’aveva segnato sabato scorso, ottenendo il “ritiro” delle truppe de Il Giornale dal fronte anti-Tremonti. Gli attacchi al ministro dell’Economia da parte del quotidiano di casa Berlusconi, infatti, avevano irritato non poco il senatùr. E quando venerdì il titolare di via XX Settembre ha fatto sapere al Cavaliere che di fondi per finanziare nuove missioni militari non ce n’erano, se non aumentando le accise sul carburante di due centesimi, il Giornale ha interrotto le ostilità. Ma anche questo non è stato sufficiente, tanto che nella mozione della Lega, condivisa oggi dalla maggioranza, è stata prevista una sorta di “compensazione” tra missioni già in atto (Afghanistan su tutte) e quelle da intraprendere in Libia. Niente nuove tasse dunque.

Berlusconi ha sperato fino all’ultimo di ricevere un cenno di distensione. Tanto da presidiare il vertice di maggioranza questa mattina a Palazzo Chigi, dove non era prevista la sua partecipazione. Ma Bossi non si è presentato. E’ rimasto in contatto telefonico con Roberto Calderoli ma solo dopo aver saputo che la mozione era passata ha annunciato che avrebbe chiamato il Cavaliere in giornata. Forse. Perché la linea della fermezza, osservano in via Bellerio, ha pagato. Minacciare la tenuta del governo, far intravedere una possibile crisi dell’esecutivo, ha mostrato chiaramente la difficoltà di Berlusconi.

Così il testo che la maggioranza domani voterà alla Camera, è sostanzialmente quello pensato dalla Lega. Ai sei punti del documento iniziale non sono stati apportati cambiamenti ma sono stati aggiunti dei passaggi. In particolare uno: la Lega voleva venisse indicata una data di scadenza alla missione in Libia. Così alla richiesta che impegna il governo “a fissare un termine temporale certo, da comunicare al Parlamento, entro cui concludere le azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico” è stata aggiunga una riga: “In accordo con le organizzazioni internazionali e i paesi alleati”. Insomma, un compromesso per accontentare gli elettori della Lega e contemporaneamente non arrivare ai ferri corti con la Nato. Ma è sulla questione nuove tasse che il Carroccio ha incassato la vittoria più netta. Berlusconi ha convinto il ministro della Difesa Ignazio La Russa ad accettare di far le nozze con i fichi secchi. Visto che in teoria, sulla Libia dovranno essere impegnati solo sei aerei, al massimo otto, i bombardamenti verranno finanziati con il risparmio ottenuto da una progressiva riduzione dell’impegno militare in Afghanistan.

Il Carroccio, infatti, ha preteso che nel testo fosse chiaramente indicato il divieto di aumentare in alcun modo la pressione fiscale. Il periodo “non determinare aumenti della pressione tributaria finalizzati al finanziamento della missione in oggetto, operando nell’ambito degli stanziamenti ordinari per la difesa” è stato così sintetizzato: “Non determinare ulteriori aumenti della pressione tributaria finalizzati al finanziamento della missioni”.

Per questo, l’esecutivo è ora chiamato “a dare esecuzione al piano di razionalizzazione delle missioni già in corso, da attuarsi, in accordo con le Organizzazioni Internazionali e i Paesi alleati, attraverso una graduale e concordata riduzione degli impegni del nostro Paese”. Il ministro La Russa ha detto sì, anche se minimizzando: “La razionalizzazione era già prevista da tempo”. Mentre il capogruppo alla Camera del Carroccio, Marco Reguzzoni, non è riuscito a frenare la soddisfazione e in Transatlantico ha sorriso a chi si complimentava per il braccio di ferro con il premier vinto. “Diciamo che ha vinto il Paese”, ha risposto.

L’opposizione, con il Pd che era inizialmente riuscito a mettere in difficoltà la maggioranza sfruttando la rottura tra Pdl e Lega e costringendo l’aula al voto, incassa la sconfitta. E si scaglia contro la ritrovata tregua della compagine governativa. Per il capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, si tratta della “solita farsa della maggioranza, una linea politica internazionale che perde ogni giorno di credibilità nelle sedi internazionali”. Antonio Di Pietro definisce l’intesa “una falsa e ipocrita sceneggiata di politica estera tra Pdl e Lega”. Mentre Adolfo Urso di Futuro e Libertà vede nella crisi rientrata il primo evidente segno della rottura dell’asse Bossi-Berlusconi. Con il primo in procinto di staccare la spina.

“Lo scontro è diventato personale e quindi devastante, la Libia è solo un pretesto”, ha detto il leader dei moderati finiani. “Stavolta il linguaggio tra i due è molto diverso, la lacerazione è innanzitutto personale, che non si rattopperà con una pezza politica. Dopo le amministrative, se non prima perché ormai tutto è possibile, il rattoppo verrà alla luce in tutta la sua inadeguatezza. Bossi è un ‘contadino della politica‘, che, come gli animali, avverte prima degli altri l’uragano in arrivo”. Lo scontro della Libia, secondo l’esponente finiano, “è stato solo un pretesto per dare sfogo a una rabbia personale che covava da tempo”.