Un detenuto italiano di circa 40 anni,  recluso nel reparto penale del carcere bolognese della Dozza, è morto questa mattina per arresto cardiaco. Il personale di polizia penitenziaria in servizio nella sezione detentiva – informa il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria- è intervenuto immediatamente, ma non c’è  stato nulla da fare.

“Senza soldi non possiamo fare controlli antidroga adeguati ”. La denuncia arriva da Gian Battista Durante, segretario del Sappe, che, raggiunto al telefono, ha così commentato la morte del detenuto avvenuta questa mattina nel carcere Dozza di Bologna. L’uomo, che stava scontando nel  una condanna per furto aggravato, ha avuto un arresto cardiaco forse dovuto proprio all’assunzione di sostanze stupefacenti.

L’ennesimo morto in carcere riaccende i riflettori sulla costante situazione di emergenza in cui versano da tempo gli istituti di pena in Italia, compreso quello di Bologna. “Questa infernale situazione di sovraffollamento – ha detto Eugenio Sarno, segretario Uil Penitenziari – è l’humus naturale in cui maturano certe tragedie”. Sarno ci tiene a sottolineare lo sforzo di chi ha che fare quotidianamente con questa emergenza: “ll personale della Dozza, sebbene sovraccaricato di lavoro, cerca di gestire la situazione come meglio può”.

Il carcere Dozza è nato per ospitare massimo 502 persone. Mentre oggi ce ne sono in media 1150, più del doppio. Di queste circa 300 soffrono di gravi problemi di tossicodipendenza. “Queste persone – ha commentato Durante – hanno bisogno di cure e terapie che il sistema carcerario non può dare. La polizia penitenziaria non è preparata. La legge, infatti, prevede che vengano trasferiti in strutture specifiche e messi nelle condizioni di iniziare un percorso di recupero”. Il segretario inoltre sollecita un intervento degli enti locali e del sistema sanitario, affinché anche facciano la loro parte: “La Regione e i Comuni dovrebbero investire per fare in modo che i detenuti tossicodipendenti possano essere seguiti da personale adatto, e non da semplici agenti. Altrimenti si rischia di vanificare gli sforzi per il recupero e il reinserimento”.

Alla carenza di strutture si somma quella di personale di polizia penitenziaria. A Bologna lavorano circa 200 agenti in meno rispetto a quelli previsti.“In questa situazione diventa difficile fare controlli – spiega il segretario del Sappe – Abbiamo chiesto di poter usare cani antidroga, ma senza fondi non ce li possiamo permettere”. Del resto, se l’ipotesi di overdose fosse confermata, non sarebbe la prima volta che della droga riesce a entrare nei corridoi del carcere. Solo pochi giorni fa la polizia penitenziaria aveva scoperto 50 grammi di marijuana nascosti nei magazzino della Dozza, dove alcuni detenuti lavorano. “Le strade sono tante. A volte la droga è dietro i francobolli, altre volte viene introdotta dalle diverse persone esterne che entrano in carcere”. Tutto questo può succedere perché “la polizia penitenziaria non viene messa nelle condizioni di riuscire a contrastare questo problema”.

Anche i recenti provvedimenti per incrementare l’organico sono giudicati insufficienti. “Di fronte a 770 agenti che entro settembre termineranno la formazione e cominceranno a lavorare, entro l’anno altri 1200 andranno in pensione”. Anche il decreto del ministro Angelino Alfano, cosiddetto “svuota carceri”, che prevede i domiciliari per chi deve scontare una pena inferiore a un anno, a 5 mesi dalla sua approvazione si sta rivelando incapace di abbassare il livello di sovraffollamento: “Secondo le stime sarebbero dovuti uscire dal carcere più di 7mila detenuti. Invece sono solo 1800 quelli che hanno potuto beneficiare del decreto”. Molti di quelli toccati dal provvedimento sono extracomunitari, spesso senza fissa dimora, per i quali è impossibile concedere i domiciliari.

Il video, girato l’estate scorsa e realizzato insieme al giornalista Rosario Di Raimondo, mostra la vita all’interno del carcere bolognese, uno dei più sovraffollati d’Italia. Qui i detenuti sono costretti a dividersi 12 metri quadrati di cella per tre. Un situazione al collasso, che finora non ha trovato rimedio, e che coinvolge detenuti ma anche il personale di polizia penitenziaria, che deve fare i conti con straordinari e risorse insufficienti. Mancano soldi per tutto, persino per le bollette.

Con quello di stamattina il numero dei morti nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno sale a 45. Di queste 18 sono dovute a suicidi, mentre i tentativi di togliersi la vita dietro le sbarre sono stati 250.