Il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia

La politica energetica del governo sembrava chiara. Avanti con il nucleare. Ma ora che sull’atomo l’esecutivo si è prodotto in una clamorosa marcia indietro, il problema si ripropone. Quali risorse per l’energia del futuro? Pochi giorni fa, in un convegno all’ambasciata polacca di Roma, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia ha aperto una nuova breccia. Altro che fonti rinnovabili. Il futuro è lo shale gas: “Lo shale gas potrebbe aprire nuove strade per l’approvvigionamento energetico in un momento particolarmente delicato a livello globale. L’Italia accoglie con favore l’avvio di approfondimenti a riguardo”.

Proprio la Polonia è uno dei Paesi europei che potrebbero rappresentare il futuro dell’estrazione di questa nuova risorsa. Il cosiddetto shale gas, o gas da scisti, è un gas naturale ricavato da particolari rocce sedimentarie, perlopiù a base di argilla: fratturandole, tramite getti di acqua mista a sabbia e sostanze chimiche diverse a seconda del tipo di rocce, si può arrivare ad estrarlo. Negli Stati Uniti hanno cominciato a farlo già da tempo.

Quello che Saglia però non ha menzionato è che sugli impatti ambientali dell’estrazione di “gas scisto” molti esperti sollevano forti dubbi. Lo ha fatto per esempio la Cornell University, con uno studio pubblicato recentemente dai ricercatori Robert W. Howarth, Renee Santoro e Anthony Ingraffe. Nel paper, dal titolo, “Methane and the Greenhouse-Gas Footprint of Natural Gas from Shale Formations” i tre esperti prendono in considerazione le emissioni di metano che deriverebbero dall’attività di estrazione e ne concludono che l’impatto complessivo sul totale del ciclo di vita di questa fonte sarebbe peggiore di quello del carbone, il combustibile finora considerato più inquinante.

Nello studio si stima che, nell’intero ciclo di vita del gas dagli scisti, e in gran parte durante l’estrazione, dal 3,6 al 7,9% del metano andrebbe a finire in atmosfera. Fino al doppio di quel che accade per il gas convenzionale. L’impronta dello shale gas in un periodo di 20 anni sarebbe, ad esempio, secondo gli esperti, dal 22 al 43% maggiore rispetto a quella del gas convenzionale. Loro stessi però sottolineano come lo studio non abbia la pretesa di stabilire una verità assoluta sulle emissoni derivante da questo tipo di estrazione, ma incoraggiano la ricerca in questo senso.

Sullo stesso fatto che debbano necessariamente verificarsi emissioni di metano non tutti sono d’accordo. Non perché lo “shale” sia pulito. Chi è poco convinto dell’inquinamento atmosferico, lancia comunque l’allarme sull’inquinamento delle falde. Così la pensa Paolo Scandone, ordinario di Geologia strutturale all’università di Pisa. “Non è detto che il metano, che pure è ben più inquinante della Co2, debba fuoriuscire in questo caso – spiega al fattoquotidiano.it – quello che mi preoccuperebbe di più invece è l’inquinamento delle falde acquifere. Inoltre credo che l’Europa, se escludiamo quella orientale, sia poco adatta a questo tipo di operazioni che prevedono un grandissimo numero di perforazioni, per via dell’alta densità abitativa”.

A lanciare l’allarme sull’impatto che lo shale gas avrebbe proprio sulle falde acquifere è stato, l’anno scorso, un documentario realizzato dal regista indipendente Josh Fox, dal titolo “GasLand”. Gli Stati Uniti contano di arrivare il 2035 al 45% del totale della produzione di Gas con quello estratto da scisti. Come spiegava David Rotman, direttore della rivista dell’Mit Technology Review, in un articolo del 2010, “gli esperti americani credono che il paese abbia a disposizione molto più gas naturale di quanto si sarebbe mai potuto immaginare tre o quattro anni fa. La revisione delle stime è dovuta principalmente alle nuove tecniche avanzate di perforazione che rendono economicamente valida l’estrazione del combustibile dal scisto”.

Stando ai dati riportati dalla Energy Information Agency (EIA) del Dipartimento dell’Energia, continua Rotman, “gli Stati Uniti consumano approssimativamente 23 trilioni di piedi cubi (TCF, trillion cubic feet) di gas naturale all’anno. In un bilancio biennale pubblicato a giugno del 2009 dal Potential Gas Committee (PGC), una organizzazione con sede presso la Colorado School of Mines, l’ammontare della riserva potenziale di gas nel paese è stato stimato a 1.836 TCF”. Un valore superiore del 39 per cento rispetto al bilancio precedente. E questo sarebbe dovuto proprio ai nuovi giacimenti scistosi.

E in Italia? “Non credo che da noi ci siano le condizioni – spiega ancora Scandone – né i giacimenti necessari. Probabilmente, come dicevo, l’Europa dell’est in questo senso ha maggiori possibilità. Di questo tipo di risorsa non si sa ancora moltissimo e non credo che debba essere demonizzata. Da noi probabilmente non si farà, ma attenzione perché quando parliamo di problemi ambientali, le frontiere non esistono”.