Migranti in Stazione Centrale scortati dalla Polizia prima di essere portati nei centri di accoglienza milanesi

Mille migranti nell’ex caserma della Promessa a due passi dall’aeroporto di Malpensa, nel comune di Lonate Pozzolo, al confine tra le provincie di Varese, Milano e Novara. Questa la prospettiva che emerge sempre più concretamente dai piani per l’accoglienza dei migranti sbarcati a Lampedusa. “Meglio lì che nei centri abitati – ha detto il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni -. Piuttosto che individuare siti all’interno delle città, l’eventuale individuazione di un sito che è in un’area isolata, già appartenente al demanio militare, che può essere allestito in pochissimo tempo, presenterebbe alcuni vantaggi”. Ma l’ipotesi calata dall’alto è rifiutata categoricamente dal territorio, a tutti i livelli, e senza filtri.

I commenti che si raccolgono per strada, tanto sul fronte varesino quanto su quello milanese, si assomigliano tutti: “Che Formigoni se li porti a casa sua – è l’opinione di Antonio Giudici -, noi qui non li vogliamo”. Ugo Noè aggiunge: “Il nostro territorio ha già pagato abbastanza con Malpensa, il depuratore, le cave. Adesso anche i profughi, io dico che non è giusto”. Un’opinione a cui fanno eco le dichiarazioni dei politici e degli amministratori locali, a partire da Piergiulio Gelosa, il sindaco pidiellino del comune di Lonate Pozzolo, che sta vivendo ore di grande pressione, sotto il fuoco incrociato dei suoi concittadini che lo tempestano di chiamate e lamentele, nella speranza di scongiurare l’eventualità di un massiccio arrivo di profughi. Gelosa se la prende con le istituzioni (vedi Formigoni), incapaci a suo dire di condividere la decisione con il territorio. “Io oggi non sono in grado di dare informazioni ai miei cittadini. Sono in serio imbarazzo. Cerco conferme, informazioni ufficiali, ma la Prefettura non mi risponde e io non so più cosa pensare. Credo che chi ha fatto il nome di quell’area non abbia nemmeno idea di quello di cui sta parlando: basta guardarla. È una zona abbandonata da dieci anni, pericolosa e totalmente priva di servizi. Se poi si vuole addirittura fare credere che sia lontana dall’abitato, beh, cadiamo addirittura nel paradosso. Siamo a due passi dal terminal uno, dove per prendere un volo ti fanno spogliare in mutande; siamo a poco più di un chilometro dai centri di Lonate Pozzolo e Castano Primo; ad un tiro di schioppo dalle città di Gallarate e Busto Arsizio. L’area non è nemmeno del tutto recintata, ospita edifici fatiscenti e non ci sono collegamenti con i servizi primari. È evidente che si tratta di una soluzione totalmente inadeguata”.

Dubbi anche dal presidente leghista della provincia di Varese, Dario Galli, che dice: “La situazione è irrisolvibile. Se non fosse Lonate Pozzolo sarebbe un altro comune, anche in quel caso assisteremmo alla levata di scudi”. Salvo precisare che “abbiamo la massima fiducia nel ministro Roberto Maroni, poiché ha sempre dimostrato di stare in prima linea per risolvere i problemi alla fonte”, prima di lanciare una provocazione in pieno stile padano, rinsaldando il legame di pancia che lo tiene legato al suo elettorato: “Nel frattempo, visto che esiste una fazione, che sinceramente credo minoritaria, di persone che non danno soluzioni alternative concrete, ma continuano a sostenere la tesi buonista dell’accoglienza, dico che Provincia di Varese è pronta a farsi carico di raccogliere tutte le disponibilità di privati o enti che vogliono mettere a disposizione spazi per accogliere i profughi e creare un database. Mi aspetto che molti privati, che magari votano centrosinistra e che hanno case di grandi dimensioni, piuttosto che certe associazioni umanitarie a cui non mancano spazi, diano la loro disponibilità. In questo modo si potrà così dare un aiuto a queste persone”. E infine aggiunge: “Se arrivano 20 mila persone, probabilmente con la buona volontà si può tamponare la situazione, ma se ne arrivano 500 mila, ovviamente dico di no, credo che debbano stare a casa loro. Questo che si tratti di libici o tunisini. Certo – conclude – se fossero 500 mila svedesi le porte sarebbero aperte”.