Per bloccare la moschea di Torino la Lega Nord ha presentato un ricorso al Tar. Nell’ultimo giorno utile il Carroccio piemontese ha intrapreso le vie della giustizia amministrativa contro la ristrutturazione di un ex magazzino in via Urbino da trasformare in luogo di culto islamico. Il via libera ai lavori era stato dato il 30 dicembre scorso e, solo dopo pochi giorni, Mario Carossa, ex capogruppo leghista in Comune e ora consigliere regionale, aveva annunciato un ricorso al Tar contro la moschea perché “sarebbe stata necessaria una variante al piano regolatore per consentire la costruzione”. Un provvedimento “contra comunitam”. Così il sociologo Stefano Allievi, docente all’Università di Padova e autore di “La guerra delle moschee – L’Europa e la sfida del pluralismo religioso” (Marsilio 2010), giudica le azioni della Lega Nord verso i musulmani in Italia: “Dove ci sono gli imprenditori dell’islamofobia, gente che ha interesse a evocare il conflitto e non a risolverlo, si notano delle tappe ricorrenti”. Si passa dalla legittima preoccupazione per i problemi concreti all’intervento dei partiti locali, poi quelli esterni; dalle raccolte di firme e dalle manifestazioni si arriva alle misure amministrative o giudiziarie. E questo è l’ultimo caso.

Il ricorso annunciato da Carossa contro la moschea di via Urbino è arrivato al termine dei sessanta giorni disponibili per farlo. Secondo i leghisti il Consiglio comunale avrebbe dovuto modificare il piano regolatore perché l’edificio non è adibito a luogo di culto. Tuttavia i promotori si sono costituiti in un’associazione onlus che ha acquistato l’immobile e presentato una domanda per ristrutturarlo come luogo di servizio pubblico. La Lega “si è spesso rivolta alla giustizia amministrativa”, anche se “perde quasi sempre”, dice Allievi ricordando anche un caso significativo: “Pensiamo a Treviso e al sindaco Flavio Tosi. Per due volte ha chiuso la moschea e per due volte i cittadini musulmani, dimostrando di conoscere le leggi italiane, hanno fatto ricorso al Tar vincendo”.

Ma non è l’unico strumento. Un referendum è ciò che voleva l’onorevole Stefano Allasia perché “è necessario e più che logico interpellare i cittadini che vivono nel quartiere”. Una mozione presentata al Consiglio comunale chiedeva di consultare i cittadini e subordinare i lavori all’esito, ma è stata bocciata. Secondo il sociologo, uno strumento democratico diventerebbe così la maniera con cui una maggioranza si impone su una minoranza: “Non possono decidere sui diritti delle minoranze, oggi i musulmani, ieri gli ebrei. Il diritto di culto è garantito a tutti, non solo ai propri cittadini. Ecco perché i referendum su questi temi sono quasi sempre incostituzionali”. In sostanza “i leghisti usano lo strumento apparentemente più democratico per la peggiore delle politiche antidemocratiche, l’ostracismo, la negazione dei diritti altrui”.

Però “nessuno nota è che questo va contro le nostre leggi – si stupisce Allievi -. O si rispettano o si cambiano”. A cambiarle ci aveva provato Roberto Cota, ora governatore piemontese. Nel 2008, da deputato, aveva presentato con l’onorevole Andrea Gibelli una proposta di legge per regolare la costruzione dei centri islamici. I punti principali prevedevano l’autorizzazione delle Regioni solo dopo l’esito positivo del referendum locale e regole sull’architettura degli edifici (dimensioni proporzionate al numero di fedeli, distanza di almeno un chilometro dalle chiese, assenza di minareti con altoparlanti). “È una proposta con strafalcioni costituzionali – spiega il professore -. Non è un caso che non sia mai stata discussa in parlamento e nessuno ne abbia chiesto la calendarizzazione”. In cosa consistono gli strafalcioni è presto detto: “È una legge ‘ad comunitam’. Non si possono obbligare solo i musulmani a parlare italiano nei loro luoghi di culto e ad avere un albo degli imam. Perché, ad esempio, in certi riti cattolici si usa il latino, o nelle chiese anglicane in inglese? Perché non si istituisce un registro dei preti o dei pastori?”. Alla domanda retorica c’è una risposta: non sono redditizi per gli imprenditori dell’islamofobia, soprattutto sotto le elezioni.