Pochi incentivi per le fonti rinnovabili e le centrali nucleari bloccate dalle Regioni. Rischia di trasformarsi in un grande pasticcio la politica del governo sulle energie. Il decreto varato oggi a palazzo Chigi e operativo da giugno lascia poco spazio alle fonti cosiddette “pulite” e dimostra come la politica del governo avviata prima dal ministro Claudio Scajola e proseguita dal suo successore Paolo Romani, punti tutto sul nucleare. “E’ evidente”, spiega Francesco Ferrante, responsabile del settore energie del Pd, “che il governo voglia cancellare il settore delle energie rinnovabili e del fotovoltaico per favorire gli affari delle lobby del nucleare”. Più duro ancora il responsabile del settore Energia di Legambiente, Edoardo Zanchini, che commenta così le novità sul fotovoltaico: “Il governo è riuscito a peggiorare quella che era la bozza del decreto. Non c’è nessuna certezza su quello che sarà il futuro. La follia di istituire il tetto massimo di 8.000 megawatt prodotti dal fotovoltaico è stata tolta, e passa come un contentino agli oppositori, ma non è così. In realtà sparirà il tetto massimo e verrà istituito da giugno un tetto annuale non meglio precisato. Chi prima arriva avrà le briciole dei contributi, tutti gli altri resteranno a secco. E’ l’effetto Romani: il ministro si è preso la gestione diretta del decreto, di cui si occupava fino a 15 giorni fa il sottosegretario Stefano Saglia. Con lui si dialogava, con Romani non è possibile. Se ci sono tagli? Peggio, il governo è andato con la scure”.

Meno pannelli e meno pale per tutti. Intanto il nodo principale del decreto legislativo che riguardava il tetto-limite di 8.000 megawatt che il governo voleva imporre è stato rivisto. Di quello si riparlerà a giugno. Il risultato, secondo le associazioni e gli imprenditori delle rinnovabili, sarebbe stato uno stop agli incentivi. Ma restano comunque dei punti contestati: come il taglio retroattivo del 22% per gli incentivi per l’eolico e il sistema di aste al ribasso per i nuovi impianti: “Le aste”, spiega ancora Zanchini di Legambiente, “erano state sperimentate in Inghilterra e, alla fine, sono tornati indietro. Noi ci arriviamo oggi, e il risultato sarà il medesimo. D’altronde il governo italiano votò contro la direttiva che impone entro il 2020 di arrivare a una produzione del 17 per cento di energie verdi. Oggi finge di recepire l’input, ma in realtà legifera perché avvenga il contrario”. Inoltre, le aziende agricole potranno installare pannelli solari su una superficie che non deve superare il 10% della proprietà e produrre energia non oltre 1 MegaWatt. Questo per fare in modo che l’energia da fonti rinnovabili rappresenti un reddito aggiuntivo per gli agricoltori che però va legato all’attività agricola.

Lobby dell’atomo. Nucleare avanti tutta, dunque. Ma c’è un problema. Le centrali nucleari – che dovrebbero essere pronte tra 15 anni, ammesso e non concesso che non facciano la fine della Salerno-Reggio Calabria e di altre opere mai compiute – non c’è nessuno che le vuole. Non le vogliono né i governatori regionali del centrodestra, tantomeno quelli eletti col centrosinistra. E la Corte costituzionale ha deciso che il parere delle Regioni è necessario. Non vincolante, ma necessario.

Il no delle Regioni amiche. A questo punto è molto difficile pensare che le energie rinnovabili possano sopperire, anche se in minima parte, al fabbisogno energetico. Dunque non resta che il nucleare. C’è un piccolo problema, però: per dare il via libera alla costruzione delle centrali serve l’ok delle Regioni e Luca Zaia ha già risposto più volte “no, grazie”, come scritto dal Fatto.it. Zaia sostiene addirittura che il Veneto sia “dal punto di vista energetico autosufficiente”. La stessa cosa che ha fatto Roberto Formigoni per la Lombardia che, sull’antinuclearismo, ha speso la campagna elettorale salvo poi essere richiamato all’ordine da Roma. Ma, fondamentalmente, Formigoni centrali a casa sua non le vuole.

E se la rivolta è guidata da due autorevoli esponenti del centrodestra, non si capisce il perché i governatori legati al Pd, da sempre contrari, dovrebbero aprire le porte al ministro Romani. La Toscana attraverso Enrico Rossi non ci pensa proprio, Vasco Errani dell’Emilia Romagna manco vorrebbe sedersi al tavolino per discuterne. Figuriamoci Nichi Vendola. Roberto Cota, leghista made in Piemonte, è possibilista solo se ci fosse un ordine superiore da parte del senatùr.

Veronesi in soccorso del governo. “Senza il nucleare l’Italia muore. Tra 50 anni finirà il petrolio, tra 80-100 il carbone, seguito poi dal gas. Altre fonti non saranno sufficienti a fornire l’energia di cui abbiamo bisogno. La Cina ha previsto 120 centrali, l’India 60, la Francia ne ha 62, il programma svizzero ne contempla 8 per 8 milioni di abitanti.”. E’ l’allarme lanciato da Umberto Veronesi, oncologo, senatore e presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare in un’intervista alla Stampa, un incarico che nasce da una scelta “moralmente corretta”. In risposta alle obiezioni degli oppositori del nucleare, Veronesi sottolinea come quello di “garantire la sicurezza nel funzionamento ordinario” è un “obiettivo non difficile” Infine, per quanto riguarda il “fattore umano” alla base dei più gravi incidenti nelle centrali nucleari, una situazione come quella di Chernobyl “è qualcosa che non potrà più accadere”: per questo, aggiunge, “la mia attenzione maggiore sarà formare personale adeguato dal punto di vista tecnico, scientifico, ma anche psicologico, perchè sappia far fronte alla pressione”.

Tempi biblici. Ultimo problema, che neppure Veronesi prende in considerazione,  riguarda la concretezza dei provvedimenti: il consiglio dei ministri taglia i fondi per il rinnovabile, e lo fa da subito, da oggi. Non sappiamo invece quando e se le eventuali centrali nucleari (qualche leghista proporrà l’Aspromonte come localizazzione ideale, vedrete) saranno operative. Bisognerebbe a questo punto chiedere al ministro Romani dove intenda acquistare nel frattempo l’energia. Un accordo con Gheddafi in questo momento non sembra la strada percorribile. Putin, è vero, di Berlusconi è molto amico, ma il gas arriva soprattutto da regioni dell’ex Urss che non dialogano volentieri con Mosca. Insomma, il pasticcio è quasi servito.