I primati, si sa, sono fatti per essere battuti. Anche quando quelli esistenti appaiono già fantascientifici. O, per meglio dire, “fantafinanziari”. Non fa eccezione alla regola nemmeno il mercato obbligazionario, luogo privilegiato di una bufera senza precedenti che interessa ormai i titoli sovrani di tutte o quasi le principali economie del Pianeta. Con una mossa a sorpresa, il Dipartimento del tesoro Usa è stato sollecitato dai suoi advisor a lanciare sul mercato un prodotto mai visto prima: un’obbligazione federale in scadenza nel 2111. No, non è un errore di battitura, intendiamo dire proprio “duemilacentoundici”. Perché, che ci crediate o meno, l’idea è proprio questa: collocare sul mercato un bond a 100 anni, ovvero una durata doppia rispetto a quella riscontrabile oggi nei titoli a più lungo termine disponibili sul mercato. L’ultima, incredibile mossa per ridare ossigeno ai sempre più martoriati conti pubblici americani.

A rivelare la notizia è stato il Financial Times citando i verbali dell’ultima riunione del Treasury Borrowing Advisory Committee, il consiglio interno al Dipartimento convocato regolarmente ogni tre mesi. In occasione dell’ultimo incontro, svoltosi nella giornata di lunedì, uno dei presenti avrebbe portato la proposta all’attenzione dei partecipanti tra cui funzionari del Tesoro e della Federal Reserve, e 13 veterani delle alte sfere finanziarie di Wall (cioè Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Morgan Stanley, RBS Securities e Bank of America nonché grandi società di investimento come Soros Fund Management, Moore Capital e Paul Tudor Jones II). Durante una conferenza stampa, mercoledì, l’assistente del segretario al Tesoro Mary Miller ha espresso scetticismo in merito alla proposta “centenaria” ammettendo, tuttavia, l’utilità di un eventuale ricorso a titoli a lunghissima scadenza.

L’ipotesi del bond a lungo termine si basa sulla necessità degli Stati Uniti di estendere la durata media dei titoli di debito pubblico, tuttora prossima a cinque anni, cogliendo il momento favorevole rappresentato dai bassi tassi di interesse (che rendono cioè conveniente indebitarsi). La mossa, certo, appare quanto meno azzardata. Tanto più a fronte dei problemi aperti che un simile collocamento implicherebbe: che prezzo attribuire ad un investimento che sarà liquidato, almeno in teoria, dai soli eredi dei sottoscrittori? Come è possibile (ammesso che lo sia) fare una stima attendibile di un rischio Paese a cento anni? Domande senza risposta, ovviamente, che non sembrano turbare tuttavia gli investitori se è vero, come avrebbe ipotizzato il comitato, che la domanda potenziale di titoli a lunghissimo termine (40, 50 o 100 primavere) varrebbe qualcosa come 2.400 miliardi di dollari di investimenti nel prossimo quinquennio. In passato gli Usa hanno emesso al massimo obbligazioni trentennali. Cina, Francia e Gran Bretagna hanno collocato anche titoli in scadenza a 50 anni.

La notizia arriva a pochi giorni di distanza dall’allarme lanciato dall’agenzia di rating Moody’s che, dopo un’attenta dei conti americani, si era dichiarata pronta a correggere al ribasso l’outlook del debito statunitense. In crescita ormai da un decennio, il disavanzo statale di Washington vale oggi più di 14 mila miliardi, più o meno quanto il prodotto interno lordo. Gli interessi pesano non poco se si pensa che dal 2007 a oggi il loro rapporto con il Pil è aumentato di quasi nove volte (dall’1% all’8,8%), mentre l’esposizione degli investitori stranieri continua a rappresentare un rischio per la stabilità finanziaria nazionale. Un aspetto, quest’ultimo, che giustificherebbe la scelta dei cosiddetti “ultra-long” bond.

L’ipotesi è che le obbligazioni ultradecennali possano essere acquistate in particolare nel mercato interno facendo così aumentare il peso di quest’ultimo nella distribuzione dei creditori. Il debito americano, infatti, è oggi largamente finanziato dagli operatori stranieri con i cinesi tuttora in possesso di quasi 900 miliardi di dollari di titoli Usa (circa il 10% della quota totale scambiata nel mercato, 9.000 miliardi, ovvero un po’ meno dei 2/3 dell’ammontare complessivo). Una situazione opposta a quella che caratterizza nazioni fortemente indebitate come Giappone e Italia e che pure, negli anni, hanno potuto permettersi quozienti particolarmente sfavorevoli (il rapporto debito/Pil di Tokyo supera il 180%) proprio per la loro bassa esposizione al mercato estero. Ad oggi, per avere un’idea, appena il 5% dei titoli nipponici, appartiene agli investitori stranieri. Per gli Usa un traguardo impensabile. Almeno per ora.