Non c’è dubbio che per l’Europa, la sua moneta unica e i suoi conti pubblici il 2010 sia stato un annus horribilis senza precedenti. Ma l’anno nuovo, seppure iniziato sotto i peggiori auspici, potrebbe portare con sé una svolta davvero significativa nei meccanismi di gestione della crisi dei debiti sovrani del Continente. Lo suggeriscono le indiscrezioni rese note dal quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha citato nell’occasione fonti ufficiali e anonime del governo, e riprese ieri dall’agenzia Bloomberg. Contravvenendo a quanto sostenuto per mesi, Berlino potrebbe infatti ammorbidire la propria posizione fino a far cadere il veto sul quell’operazione che molti, ormai, vedono come unica e possibile extrema ratio: l’aumento dei fondi di salvataggio per i Paesi membri che ammontano, ad oggi, a 750 miliardi di euro.

Interpellato da Bloomberg, il portavoce del cancelliere Angela Merkel, Steffen Seibert, ha fornito una risposta importante evidenziando come “nessuna decisione sul fondo sia stata ancora presa”. Un’implicita apertura, dopo le affermazioni negative del passato, che potrebbe confermare quanto già trapelato. Secondo l’ipotesi, la svolta potrebbe avere già una sua collocazione nel tempo. A febbraio, ricorda l’agenzia, l’Unione europea dovrebbe discutere l’argomento nel corso del suo vertice deliberando, suggerisce qualcuno, un terzo intervento di salvataggio a favore delle finanze statali di un Paese membro in crescente difficoltà: il Portogallo. E qui il discorso si fa interessante.

Nei giorni scorsi, il settimanale tedesco Der Spiegel ha parlato apertamente, pur senza citare alcuna fonte, dell’esistenza di una forte pressione lungo l’asse Berlino-Parigi per convincere il governo di Lisbona ad accettare l’aiuto europeo. I portoghesi, per il momento, negano qualsiasi necessità di intervento esterno ma la rassicurazione offerta dall’esecutivo – al pari delle smentite dell’Ue e del ministro tedesco Wolfgang Schaeuble – non sembra convincere gli osservatori. In difesa del vicino lusitano si è espressa addirittura Elena Salgado, il ministro delle finanze di Madrid, che, nel corso di un’intervista radiofonica, si è detta convinta della capacità del Portogallo di sopravvivere senza aiuti a fronte del sicuro rispetto degli impegni di risanamento da parte del governo. Più o meno le stesse argomentazioni utilizzate a suo tempo dal collega irlandese Brian Lehinan, prodigo di certezze e ottimismo fino alla vigilia dell’inevitabile intervento europeo a sostegno di Dublino.

L’apologia della Salgado appare tutt’altro che disinteressata visti gli evidenti riflessi che la crisi portoghese getta su quella non meno grave della stessa Spagna. Non è un mistero, infatti, che Lisbona rappresenti ormai la vera chiave di volta dei destini europei con il suo ruolo, per usare un’allegoria ormai pressoché scontata, di traballante tessera del domino che punta dritta su quelle economie “troppo grandi per essere salvate”. Italia e Spagna, ma sarebbe forse meglio dire l’intera Unione europea, temono il dilagare dell’effetto contagio e i dati più recenti non sono ovviamente tranquillizzanti. Alla vigilia di una settimana cruciale dominata dalle aste sui titoli statali, i rendimenti delle obbligazioni portoghesi decennali si collocano al 7,32%, vale a dire nei pressi del massimo storico. La Bce è tuttora disposta a farsene carico ma c’è chi ha deciso di operare diversamente. Dopo un’analoga decisione sui titoli irlandesi, la banca centrale svizzera ha deciso oggi di non accettare più i bond di Lisbona come garanzia per la liquidità offerta dagli istituti. Una decisione che apre la strada a evidenti ricadute di mercato.

La situazione sta peggiorando anche in Italia dove lo spread sul bund tedesco dei titoli decennali ha ricominciato ad aumentare attestandosi, secondo l’ultima elaborazione del Sole 24 Ore, a quota 195 punti base (a novembre si era registrato il record storico con 210 punti). Ma a preoccupare è soprattutto il Belgio, primo candidato al collasso tra le nazioni non periferiche: i credit default swaps (ovvero i derivati che assicurano i crediti in caso di bancarotta) sui titoli di Bruxelles hanno toccato la quota record di 251 punti (servono in altri termini 251 mila euro per assicurare un capitale di 10 milioni). L’impressione insomma è che il tempo stringa e che occorra agire prima che sia troppo tardi e il terremoto diventi inarrestabile. Ne va, ovviamente, del futuro delle economie nazionali ma anche, non bisogna dimenticarlo, dell’euro stesso. Nella giornata odierna la valuta europea viene scambiata a 1,289 dollari, praticamente la medesima quota (1,286) toccata a metà di settembre quando fu raggiunto il controvalore minimo sul biglietto verde.