Schedare gli agenti. Ovvero raccogliere foto e filmati dei poliziotti in borghese che fanno ordine pubblico durante le manifestazioni di piazza. Si chiama copwatching. Nasce tra Canada e Stati Uniti. E oggi dilaga anche in Francia. A rivelare la pratica che in realtà serve per denunciare gli eccessi, è stato il ministro dell’Interno Brice Hortefeux. Argomento di grande attualità anche in Italia alla luce delle ultime manifestazioni studentesche che il 14 dicembre scorso hanno messo sotto assedio Roma.

Il 23 dicembre Hortefeux ha annunciato una denuncia a Indymedia Paris per la pubblicazione di foto di agenti in borghese con nomi, informazioni e insulti vari: “Questi procedimenti sono del tutto inaccettabili e irresponsabili. I commenti tenuti su questo sito sono ingiuriosi e indegni e non è possibile tollerarli”, ha detto. Tempo prima il sito di informazione alternativa aveva annunciato: “Filmeremo e identificheremo gli sbirri parigini uno a uno”, così da “portare l’insicurezza nel loro terreno”. La segnalazione era arrivata al ministro attraverso i volantini di Alliance Police Nationale, il secondo sindacato francese degli agenti di polizia, con orientamenti politici di destra. “Basta coi siti e coi blog anti-sbirri” su cui “si trovano anche delle foto dei colleghi coi loro nomi e il loro stanziamento”. Alliance ha chiesto al ministro e ai prefetti di chiudere i siti e procedere penalmente contro i loro amministratori, ma anche di sostenere le spese legali dei singoli agenti che volessero denunciare gli autori e i responsabili.

La reazione di Indymedia Paris è arrivata dopo qualche giorno. Il 27 dicembre ha chiesto ai contributori di non scrivere insulti e frasi di odio, ma ha anche sottolineato la necessità di un maggior controllo dei dati dei poliziotti “schedati” e della cancellazione dei “metadati” degli utenti dai file immagine caricati.

Il loro impegno non verrà fermato da quello che gli attivisti francesi reputano un ulteriore bavaglio dopo la battaglia contro Wikileaks e dopo la legge Loppsi, il cui articolo 4 permette al governo di chiudere siti internet senza l’intervento dei giudici grazie a una lista nera del ministero dell’Interno comunicata ai provider.

Ma come funziona precisamente il copwatching? L’idea di registrare le azioni dei poliziotti è nata ufficialmente a Berkeley nel 1990, “per evidenziare i metodi di intimidazione, l’applicazione selettiva delle legge, la disinformazione e l’eccessiva negligenza della polizia contro le popolazioni del Southside”, il quartiere studentesco della celebre università in cui ci furono le prime proteste per i diritti civili negli anni Sessanta. L’origine risale però alle Pantere Nere, che controllavano gli agenti di polizia nei ghetti. Da lì la tecnica è arrivata anche in Francia. Un militante di Lille ha spiegato al settimanale Les Inrockuptibles il funzionamento. “Abbiamo cominciato a pubblicare le foto degli sbirri in abiti civili nelle manifestazioni del marzo 2006 del Cpe (“contratto di primo impiego”, che legittimava il licenziamento senza giusta causa per i giovani, ndr)”. L’esempio l’avevano preso da una persona che, a Calais, documentava le violenze sugli immigrati in attesa di scappare verso il Regno Unito. “Noi facevamo le foto per identificare gli agenti nelle manifestazioni seguenti” perché “l’idea era di rintracciare lo sbirro, tenersi lontano da lui ed evitare i fermi”. La tecnica si è affinata poco tempo dopo, quando nel 2007 l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy viene eletto presidente della Repubblica. I copwatchers cominciano a interessarsi ai poliziotti più da vicino, alle loro armi e all’equipaggiamento, così da “sapersi proteggere” perché: “Se bisogna agire da black bloc, lo faccio. È ciò che c’è di più organizzato e gli sbirri ne hanno abbastanza paura”.

Gli agenti in borghese, appena finiscono sotto l’occhio indiscreto dell’obiettivo indicano i colleghi, oppure “fanno segno che m’hanno visto e mi fanno capire che ci prenderanno alla fine”. Allora le carte di memoria vengono passate ad altri manifestanti, così che i dati non siano rubati o cancellati. In seguito “le foto sono classificate in tre gruppi: ‘Sbirro partito’,’ancora a Lille’, ‘sconosciuto’”. La catalogazione è migliorata grazie ai verbali o a social network come “Facebook” o “Copains d’avant”. Ora è possibile scoprire il nome, i colleghi, gli interessi, le idee, i gruppi, così da documentare anche l’adesione a ideali d’estrema destra o razzisti. Ma non è tutto. Per sentirsi sicuri i militanti si sono informati anche sui loro diritti e sulla possibilità di raccogliere e diffondere i dati sensibili, tant’è che su Indymedia Paris gli “aspiranti copwatchers” possono consultare una serie di leggi, regolamenti deontologici della polizia e sentenze della Cassazione.

Gli effetti di queste azioni si fanno sentire, dice ancora il militante. “La telecamera ha un effetto dissuasivo enorme. I poliziotti abbassano subito i loro flash ball (fucili con proiettili di gomma, ndr)”. Ora, afferma, “a Lille gli agenti in borghese non vengono più a mescolarsi a noi nei cortei, restano sui marciapiedi”. E se poi alzano ancora mani e manganelli, oppure ammanettano qualcuno ingiustamente, filmati e foto diventano utili prove per i processi. Al momento lui e i suoi compagni hanno a disposizione immagini e nomi di 40 agenti della Bac sui 64 presenti.

“Restituiamo ogni colpo – afferma –. Loro ci fotografano, noi li fotografiamo. Loro ci filmano, noi li filmiamo. E ancora, loro ci insultano, noi non lo facciamo. Facciamo sempre attenzione alle informazioni che accompagnano le foto”.