Di seguito un etratto del libro Il regalo di Berlusconi. Comprare un testimone, vincere i processi e diventare premier. La vera storia del caso Mills‘, di Peter Gomez e Antonella Mascali. Negli stessi giorni in cui il tribunale di Milano deposita le motivazioni della sentenza Mills, Luigi Mazzella, giudice costituzionale, ospita in casa il premier Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Angelino Alfano e un altro magistrato membro della Consulta dal 2006, Paolo Maria Napolitano. Un incontro carbonaro di cui i due alti magistrati, una volta scoperti, arriveranno a rivendicare l’assoluta normalità, come scrive lo stesso Mazzella in una missiva inviata al Cavaliere.

Undici mesi dopo, proprio nei giorni in cui il tribunale deposita le motivazioni della sentenza Mills, la sua profezia sembra avverarsi. A metà maggio i vicini di casa del giudice costituzionale Luigi Mazzella – un ex socialista, poi divenuto avvocato generale dello Stato e nel 2003 ministro della Funzione pubblica nel secondo governo Berlusconi – assistono all’arrivo di uno strano corteo di auto blu. Uno dopo l’altro scendono dalle macchine blindate il presidente del Consiglio, il sottosegretario Gianni Letta, il ministro della Giustizia Alfano e il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Vizzini. A loro si aggiunge anche un secondo giudice costituzionale, la toga Paolo Maria Napolitano, eletto alla Consulta nel 2006 dopo essere stato capo dell’ufficio del personale del Senato, capogabinetto di Gianfranco Fini nel 2001 e consigliere di Stato. È il preludio di una sconcertante cena in cui i due giudici, secondo quanto rivelerà «L’espresso», si ritrovano a discutere di giustizia e addirittura di riforme costituzionali con l’uomo che attende da loro un verdetto da cui discenderanno buona parte delle sue future fortune politiche e giudiziarie. Un incontro carbonaro di cui i due alti magistrati, una volta scoperti, arriveranno a rivendicare l’assoluta normalità. Il padrone di casa lo fa addirittura per iscritto. Mentre i giornali raccontano la sua carriera e ricordano come il giudice negli anni Ottanta fosse stato collaboratore e capo di gabinetto di vari ministri, tra cui uno dei politici simbolo dell’Italia corrotta di quegli anni, il suo amico liberale Francesco De Lorenzo (all’epoca all’Ambiente), Mazzella invia infatti una missiva a Berlusconi.

Caro Presidente, caro Silvio, ti scrivo una lettera aperta perché sto cominciando seriamente a dubitare del fatto che le pratiche dell’Ovra [la polizia segreta fascista, nda] siano definitivamente cessate con la caduta del fascismo. Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto. A casa mia, come tu sai per vecchia consuetudine, la cena è sempre curata da una domestica fidata (e basta!). Non vi sono cioè possibili «spioni», come li avrebbe definiti Totò. Chi abbia potuto raccontare un fantasioso contenuto delle nostre conversazioni a tavola inventandosi tutto di sana pianta [è sottolineato nella lettera, nda] resta un mistero che i grandi inquisitori del nostro Paese dovrebbero approfondire prima di lanciare accuse e anatemi. La libertà di cronaca è una cosa, la licenza di raccontare frottole ad ignari lettori è ben altra! Soprattutto quando il fine non è proprio nobile. Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l’ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali, mi sembra doveroso dirti per correttezza che la prassi delle cene con persone di riguardo in casa di persone perbene non è stata certo inaugurata da me ma ha lunga data nella storia civile del nostro Paese. Molti miei attuali ed emeriti colleghi della Corte costituzionale hanno sempre ricevuto nelle loro case, come è giusto che sia, alte personalità dello Stato e potrei fartene un elenco chilometrico. Caro Presidente, l’amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco. L’Italia continuerà ad essere, ne sono sicuro, il Paese civile in cui una persona perbene potrà invitare alla sua tavola un amico stimato. Con questa fiducia, un caro saluto.

L’opposizione insorge. Questa volta con un solo uomo. Di Pietro chiede le dimissioni dei due giudici:

Con la sua lettera Mazzella è reo confesso. Infatti egli ammette di essere un amico di vecchia data e di avere rapporti di frequentazione e di intimità con il plurimputato Silvio Berlusconi, senza rendersi conto che egli è anche giudice della Corte costituzionale che deve esprimersi sulla legittimità del Lodo Alfano, cioè proprio su quella legge che Berlusconi si è confezionata per non farsi processare. Anche uno studente di giurisprudenza capirebbe l’abnormità di questo caso, e lo stesso Mazzella non può non capirlo. Insistiamo con la richiesta di dimissioni e ci appelliamo al presidente della Corte costituzionale e al presidente della Repubblica affinché intervengano su un fatto così grave che mortifica la credibilità, la sacralità e l’autonomia della Consulta.

Pure il Pd definisce «gravissimo» l’incontro. E persino Anna Finocchiaro risponde a muso duro a Mazzella: «Può dire ciò che vuole, ma io trovo che decisamente non stia bene invitare qualcuno a casa propria, sul quale si è chiamati a decidere. Un magistrato, soprattutto se sta alla Corte costituzionale, non dovrebbe mai farlo».

Ma è tutto inutile. I due giudici restano asserragliati nella loro torre d’avorio. Paolo Maria Napolitano, invece di scusarsi e assicurare che al momento della decisione si asterrà, pretende addirittura di dare una lezione di diritto. E in una lettera al «Corriere della Sera» scrive:

La Corte, nel nostro sistema costituzionale non fa parte dell’ordine giudiziario; qualunque paragone con processi penali, civili, amministrativi, contabili, è pertanto erroneo. La Corte, salvo un’eccezione che non riguarda il presidente del Consiglio, non può giudicare in ordine alla responsabilità di coloro che sono sottoposti alle leggi italiane: il presidente del Consiglio non è quindi soggetto ad alcun tipo di giudizio da parte della Corte, può solo, come tutti, ricevere un effetto indiretto dalle sue decisioni […] il cosiddetto Lodo Alfano è una delle tante questioni che la Corte affronta, non certo la più importante.

I due giudici insomma fingono di non vedere il conflitto d’interessi che li attanaglia. Tanto che Liana Milella su «la Repubblica» riesce a raccogliere il disincantato commento anonimo di un loro collega:

La decisione sul Lodo Alfano, com’è stata quella sul Lodo Schifani, rappresenta un unicum. Abbiamo di fronte leggi del tutto particolari, che non sono astratte, che non riguardano migliaia di cittadini, ma uno solo. E a uno solo sono state applicate. Quell’uomo politico, quel presidente è Berlusconi. La decisione della corte perde la sua astrattezza, si cala inevitabilmente nel personaggio, ne decide la sorte politica. Può uno di noi, alla vigilia di questa decisione, andare a cena con quest’uomo? No, non può. E non è necessario che ciò sia scritto o vietato. Lo dice il buon senso comune. Se la nostra opzione dev’essere sopra le parti, come sarà, i comportamenti devono essere sterili, come se fossimo in sala operatoria.

Ma se davvero, come è spiegato nella sentenza che in primo grado ha condannato Mills, il presidente del Consiglio è un corruttore, tutto il Paese è infetto. Ed è in questo clima mefitico e pestilenziale che, il 6 ottobre 2009, la Consulta (o ciò che ne resta) si troverà a giudicare la costituzionalità del Lodo.