Qual è il colmo per un assessorato alla Solidarietà che pubblica un bando in favore dei disabili? Essere multati per aver leso i loro diritti. È accaduto in Puglia: nel 2005 la Regione decide di finanziare con un bando l’acquisto di strumenti informatici “per facilitare la connettività sociale di soggetti con disabilità motorie e sensoriali”. Questi “soggetti” però, 4.500 in tutto, si trovano improvvisamente un po’ troppo connessi: nome, cognome e grado di disabilità, tutti i dati risultano pubblici, anche quando si tratta di minori. “Bastava digitare il mio nome su un qualunque motore di ricerca – dice uno dei partecipanti – e subito si leggevano nel link tutti i miei dati personali”. Così il Garante della Privacy deve intervenire per tre volte, e alla fine sanziona la Regione per 40 mila euro.

“Il trattamento dei dati personali sarà improntato ai principi della correttezza, liceità, trasparenza, tutela della riservatezza, rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato”, recita l’articolo 13 dell’avviso pubblicato sul Bollettino ufficiale n. 141 del 17/11/2005. Ma il contenuto dell’articolo resta una promessa. Perché nell’aprile 2006 le graduatorie vengono pubblicate sia sul Bollettino ufficiale della Regione Puglia (Burp), sia sul portale dell’ente con tanto di nome e cognome. E se le domande non sono ammissibili viene anche specificato il motivo: “disabilità non grave” o “solo uditiva” o “non prevalente”.

Il Garante si pronuncia una prima volta il 18 gennaio 2007 rilevando che, laddove il documento in pdf presenta degli ‘omissis’, è sufficiente copiarli in un foglio word per leggere codice fiscale, residenza e data di nascita dei soggetti interessati. Quegli stessi dati sono visibili anche con una semplice ricerca del proprio nome sul web. Effetti perversi della tecnologia già svelati, con conseguenze ben più pesanti, nel caso dei rapporti Usa sulla morte di Nicola Calipari.

Per soddisfare la richiesta del Garante, la Regione cancella il file, ma non da tutte le pagine del portale. “Ho ripetuto lo stesso controllo ed era ancora tutto online – racconta ancora uno dei partecipanti – così ho deciso di presentare ricorso in Tribunale chiedendo la rimozione totale e il risarcimento dei danni”. È il 17 settembre 2009 quando il Garante interviene una seconda volta parlando di “illecito reiterato” e trasmette copia degli atti all’Autorità giudiziaria per l’accertamento di illeciti penali.

La Regione però non chiede scusa, si limita invece a chiedere il “minimo edittale”, ossia una sanzione ridotta in valutazione della “pregevole attività sociale nel corso della quale sarebbe stata commessa la violazione”. Ma il Garante risponde che “proprio in considerazione dell’evidente valenza sociale dell’attività si dovevano adottare tutte le cautele per evitare di arrecare pregiudizio ai numerosi interessati”. Quanto numerosi? Anche su questo c’è contesa. Per la Regione non si tratterebbe di 4.500 persone ma “solo” di 2.800, considerando così solo quelle con disabilità motoria. “Ma non è così – specifica chi ha presentato ricorso – perché nell’agosto 2009 tutte le graduatorie erano ancora visibili”, mentre la Regione “considera una sola delle tre categorie, quella che io stesso ho allegato agli atti, l’unica che si possa provare ora che tutte le tracce sono state rimosse – prosegue il ricorrente – è questo ciò che più infastidisce, l’atteggiamento dell’Ente che ha tentato di insabbiare tutto. Prima di rivolgermi al giudice li avevo contattati con una messa in mora. Mi hanno risposto che era tutto regolare, contestando persino il provvedimento del Garante”.

L’assessore Elena Gentile ammette l’incidente: “Certamente amministrativo, non politico – dice – un incidente in cui è chiara la buona fede”. Di cui sarebbero testimonianza, secondo l’assessore, tutte le opere messe in atto “per l’integrazione, l’abbattimento delle barriere, la costruzione di servizi e infrastrutture sociali”.

La Regione se la caverà con 40 mila euro, ma rimane l’amarezza di quelle 4.500 persone (minori compresi) i cui dati sensibili sono rimasti per oltre tre anni disponibili su internet. “Un nostro diritto primario è stato violato. E nessuno sa nulla. Mi chiedo: cosa accadrebbe se  ognuno di noi chiedesse il risarcimento dovuto? Anche questo è un nostro diritto”.

Di Alessandra Erriquez