Il petrolio produce ricchezza, ma non cibo. Così il governo di Abu Dhabi si prepara ad assumere un ruolo da protagonista anche nel mercato mondiale delle materie prime (commodities) con il lancio di una grande compagnia statale orientata al commercio di prodotti agroalimentari e metalli. Lo ha riferito il Financial Times citando fonti anonime vicine all’operazione. Sostenuta da un capitale iniziale valutato in diverse centinaia di milioni di dollari e battezzata Abu Dhabi Sources (Ads), la società mira,  secondo il quotidiano britannico, a rivaleggiare ad armi pari con i colossi del settore come la svizzera Glencore, la statunitense Cargill e la francese Louis Dreyfus.

I dettagli dell’operazione non sono ancora stati chiariti – non è noto, ad esempio, se la società sarà anche attiva nel mercato petrolifero – ma l’impressione è che la nazione del Golfo intenda decisamente fare le cose in grande. Da circa tre mesi, sottolinea ancora il Ft, gli emiri sarebbero impegnati a presentare nuove proposte di impiego ai trader più esperti di Londra e Ginevra, le capitali europee del mercato delle materie prime. La speranza di breve periodo, ovviamente, è quella di intercettare subito quella persistente crescita di redditività che caratterizza il settore agroalimentare a fronte dell’aumento della domanda dei Paesi emergenti e della conseguente ed inevitabile speculazione al rialzo. Ma la voglia di profitto, a ben vedere, non sembra essere tutto.

Dietro al progetto, infatti, c’è anche e soprattutto l’ansia di risolvere in via quasi definitiva un problema che da troppo tempo tormenta le nazioni arabe: quello della sicurezza alimentare. A partire dalla grande impennata speculativa del 2007-2008, che fece salire alle stelle i prezzi dei cereali gettando nella povertà milioni di persone nel mondo, anche i ricchissimi Paesi del Golfo, fortemente dipendenti dalle importazioni di cibo, hanno evidenziato una vulnerabilità preoccupante. E il rischio, ora, è che quella pessima esperienza – prezzi insostenibili, restrizioni all’export dei Paesi produttori, riduzione della disponibilità alimentare – possa ripetersi in modo drammatico.

Gli ultimi dati della Fao parlano chiaro. Alla fine del 2010 il costo complessivo delle importazioni mondiali di cibo si attesterà sui 1.026 miliardi di dollari (il 15% in più rispetto all’anno passato) sfiorando così la quota record del 2008 (1.031). Cifre preoccupanti che non mancheranno di animare le discussioni del prossimo vertice ministeriale sul tema in programma proprio ad Abu Dhabi a partire dal 22 novembre. Un appuntamento chiave, nelle intenzioni dei suoi promotori, per avviare un intenso programma di attrazione degli investimenti esteri nel mercato alimentare di un’area destinata ad andare incontro a una forte crescita demografica. Se è vero, come si stima, che la popolazione araba dovrebbe toccare quota 480 milioni entro il 2030, non vi è dubbio che l’obiettivo primario sia quello di non farsi trovare impreparati. “Se davvero vuoi garantirti la sicurezza alimentare – ha spiegato al Ft un anonimo broker londinese – o ti compri un pezzo di terra all’estero o ti costruisci la tua società di trading sulle materie prime”.

In attesa di completare la seconda strategia, i Paesi del Golfo si sono da tempo concentrati sulla prima. Dall’Ucraina al Brasile passando per l’Africa, il Pakistan e l’Europa centrale, in molti negli ultimi anni hanno scambiato ingenti aree coltivabili con i sempre utili (specie quando sei a rischio default come ben sanno i governi di Kiev e Islamabad) petroldollari di Arabia, Saudita, Bahrain o Qatar. Tra il 2006 e il 2008, ha rivelato un rapporto pubblicato nelle scorse settimane dal Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes (Ciheam), gli Emirati Arabi Uniti hanno aumentato del 45% i propri investimenti agricoli all’estero. Ad oggi, voci sempre più insistenti dicono che la compagnia privata di Abu Dhabi Al Dahra, una delle più importanti del Paese, stia sviluppando un piano per l’acquisizione di oltre 60.700 ettari di terreni coltivabili tra Europa, Asia meridionale, Nord Africa e Stati Uniti.