Una mobilitazione senza precedenti, una forma di protesta clamorosa mai tentata prima. Musei, biblioteche, siti archeologici, luoghi di spettacolo in tutta Italia fermeranno le loro attività il 12 novembre per denunciare gli effetti che la manovra finanziaria, approvata a luglio dal governo, avrà sul settore già a partire dal prossimo anno e per riaffermare il diritto alla cultura. Nons embra un caso che la singolare serrata arrivi a pochi giorni dal crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei.

La Triennale a Milano, la Fondazione musei a Torino, i Musei civici a Venezia, Quadriennale, Auditorium Parco della musica, Fondazione Cinema e Maxxi a Roma, Scandicci Cultura a Firenze, sono solo una piccola parte delle istituzioni culturali che aderiscono all’iniziativa “Porte chiuse, luci accese sulla cultura”, promossa da Federculture, Associazione nazionale comuni italiani (Anci), con il sostegno del Fondo ambiente italiano (Fai) organizzano per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze della legge 122/2010.

“Si tratta di una mobilitazione bipartisan che vede coinvolti comuni, province e istituzioni culturali di ogni schieramento politico”, spiega Roberto Grossi, presidente di Federculture. Il problema non riguarda solo i tagli, pur molto consistenti – circa 280 milioni tra tagli diretti del ministero per i Beni e le attività culturali (Mibac), decurtamento del Fondo unico dello spettacolo (Fus), trasferimenti statali agli enti culturali, riduzioni a carico delle amministrazioni locali, ma la necessità di modificare alcuni articoli contenuti nella legge 22/10. “Se queste norme venissero applicate – continua Grossi – dovremmo rinunciare alla possibilità di attuare politiche culturali a livello sia nazionale, sia locale sia regionale”. “La legge 122/2010 – afferma Grossi che, attraverso Federculture che si è attivato per studiare gli interventi normativi e le possibili modifiche – renderà impossibile per amministrazioni pubbliche, aziende, fondazioni che gestiscono servizi e attività culturali nel Paese continuare a svolgere il loro compito istituzionale di promozione e diffusione della cultura”.

L’obiettivo della protesta è denunciare il totale disimpegno dello Stato nel garantire la sopravvivenza del settore, già gravato da anni dal progressivo diminuire delle risorse e degli investimenti. Nel prossimo anno il budget del Mibac crollerà a 1,5 miliardi di euro, ormai circa lo 0,21% del bilancio statale. In uno Stato dove si trova oltre il 40% del patrimonio artistico-culturale mondiale, si spendono  in cultura solo 21 centesimi ogni 100 euro, ossia 25 euro per ogni cittadino italiano. Una percentuale irrisoria se teniamo conto dell’ampiezza e della complessità del nostro patrimonio e le esigenze di conservazione, valorizzazione e promozione cui bisognerebbe assolvere. Basti pensare al confronto con gli altri paesi europei: la Francia, ad esempio, ha una spesa statale procapite per la cultura di 46 euro, quasi il doppio della nostra.

“Le modalità per aderire alla mobilitazione sono varie – spiega Andrea Ranieri, assessore alla Cultura del comune di Genova e delegato Anci – Alcuni musei e biblioteche chiuderanno per un’intera giornata mentre altre istituzioni culturali proporranno l’ingresso gratuito in nome dello slogan ‘Venite a vedere oggi quello che potreste non vedere domani’. Altri ancora posticiperanno di un’ora l’orario di apertura”. I promotori della mobilitazione puntano anche sul potenziale economico della cultura: lo sviluppo del settore culturale potrebbe essere uno dei comparti sul quale puntare per uscire dalla crisi e restituire competitività al sistema economico nazionale.  “I dati che ci dicono che in Italia ci sono oltre 900mila imprese operanti in attività legate al settore culturale e creativo e che, ancora nel 2009 in piena crisi, la spesa delle famiglie italiane per la cultura ha rappresentato il 7% della loro spesa complessiva – continua Ranieri – Se non si interviene per tempo, se l’Italia non metterà in atto una politica culturale seria, si andrà verso un’ulteriore perdita di offerta, servizi e occupazione”. Ecco perchè, conclude Ranieri, “il 12 novembre si chiuderanno le porte. Per accendere i riflettori sulla cultura italiana e sul suo futuro a rischio”.