Retro foyer

Mentre il campionato langue a metà girone d’andata, e la Lazio vola insieme all’aquila Olimpia davanti alle “grandi” ancora in rodaggio, è fuori dei campi di gioco che il calcio italiano regala le perle migliori. Perché, oramai dovremmo averci fatto l’abitudine, nel Belpaese il meglio avviene nei retro foyer, dove si vive la vita vera, e non sui palcoscenici plastificati dal berlusconismo mediatico (ogni riferimento al bunga bunga è del tutto casuale). E allora, fedele al ruolo che è chiamato a ricoprire, Antonio Cassano da Bari si è esibito nel suo copione preferito, quello assurto alle cronache con il neologismo di “cassanata”. Stavolta, a fare le spese dei suoi coloriti insulti è stato il presidente della Sampdoria, reo di avergli chiesto un extra-lavoro: ritirare un premio. In verità, il ragazzo avrebbe voluto stare il più possibile vicino alla giovane moglie, che è in stato interessante, ma spiegarsi civilmente purtroppo non rientra nelle sue prerogative. Dunque ne è seguita una gazzarra indecorosa negli spogliatoi di Bogliasco (ma noi non l’abbiamo vista, perché lì le telecamere di Sky non c’erano: dovrebbero essere dappertutto, così come nelle stanze della villa di Arcore). Risultato: il giocatore è stato messo fuori rosa e per lui si paventa la rescissione del contratto. Pur di disfarsene, la Sampdoria sarebbe disposta a perdere la clausola rescissoria: 18 milioni di euro (che però buona parte dovrebbe girare al Real Madrid). Premesso che il calcio italiano avrebbe bisogno non di un Cassano, ma di mille, e che le sue intemperanze impallidiscono in confronto a quelle di altri suoi famosi colleghi (Rooney e Ribery, solo per fare due nomi), è altrettanto vero che per comportarsi da Meroni, Best e Maradona poi bisogna giocare da Meroni, Best e Maradona. Altrimenti si è solo un peso. Comunque il pibe di Bari vecchia ha domandato pubblicamente scusa. E chiesto di capire il momento che sta passando. (Suvvia presidente Garrone: perdonare dovrebbe rientrare nelle prerogative di ogni buon presidente-padrone.)

Calcio e politica

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, insieme al suo codazzo di scorta e servizio d’ordine, il 26 ottobre si è presentato nella sede della Lega Calcio, dove ha incontrato i presidenti di serie A. E ha sciorinato una serie di numeri da far girare la testa. Che i numeri non fossero il suo forte, il ministro ne aveva già dato prova prima di Italia–Serbia, allorché, unico, non sapeva che un’orda di tifosi serbi stava arrivando a Genova per la partita. Per lui erano solo poche decine. E tutti bravi padri di famiglia. Be’, gli sarebbe bastato consultare internet, dove già dal giorno prima si riportava la notizia della presenza di almeno 1300 tifosi ospiti (fonte: Calciopress). Cosa che deve aver fatto la Uefa, la quale ci ha multato. Ma ancora meglio avrebbe fatto, il ministro Maroni, a leggere i dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Perché sostenere che, grazie alla tessera del tifoso, la violenza negli stadi è stata abbattuta del 50%, quando quella tendenza è in atto da anni, è un po’ forzato. Sostenere poi che i tifosi sono così aumentati, un insulto alle capacità visive di ognuno. Capiamo comunque l’ottimismo di Maroni. E lo apprezziamo. Incontrando i presidenti, il ministro ha riparlato della legge sulla liberalizzazione degli stadi, quella che, rivedendone il sistema di gestione, dovrebbe facilitarne la costruzione di nuovi. Si tratta delle famose arene-mercato, aperte ventiquattro ore al giorno sette giorni su sette. Ma c’è un problema. La legge, pensata prima che scoppiasse la bolla immobiliare, ora è ferma in parlamento. Così come i tanti progetti per nuovi stadi in giro per l’Italia (se si esclude il nuovo impianto della Juventus). Ufficialmente, la politica non trova l’accordo sui diritti televisivi. In verità, non ci sono soldi per costruire gli stadi. Non li hanno le società di calcio, le quali sono abbondantemente indebitate. Non li hanno i Comuni, che in cambio pretendono di guadagnarci almeno con l’indotto. E le banche? Dovrebbero almeno anticipare i soldi. Recuperandoli poi grazie alle solite famiglie, chiamate in futuro a spendere e spandere, ovviamente ventiquattro ore al giorno sette giorni su sette. Ma queste non hanno più nemmeno gli occhi per piangere. E le banche lo sanno bene.

Tifosi e dintorni

Il Comune di Milano, per voce degli assessori Alan Rizzi (sport) e Giampaolo Landi di Chiavenna (salute), lancia una proposta fondamentale: vietare il tabacco a San Siro. Se ciò avverrà, il tifoso, dopo aver fatto la fila per comprare il biglietto, consegnato una serie infinita di documenti, rifatta una seconda fila per entrare, passato il primo setaccio (gli steward che controllano la carta d’identità), il secondo (le forze dell’ordine che fanno la perquisizione), il tornello (e a San Siro: occhio alle caviglie!), dopo aver mostrato nuovamente il biglietto a un altro controllo (quello per accedere ai vari settori), e poi essersi inerpicato lungo una rampa interminabile di scale, una volta arrivato finalmente al suo posto non potrà nemmeno più fumarsi una sigaretta. È vietato in tutto il mondo, dicono i due politici. Certo sì in Inghilterra, dove non si fuma, non si beve, non ci si picchia, ma gli stadi sono un bijou, e non certo fatiscenti, scomodi e insicuri come in Italia. E poi chi dovrebbe far rispettare questa ordinanza (o addirittura una norma nazionale)? Ovviamente gli steward, i quali sono oramai chiamati ai lavori più disparati, come fermare serbi irredenti alla riconquista del Kosovo disarmandoli alle porte di Genova. Insomma, sono diventati un po’ la protezione civile degli stadi. Ma senza capitoli di bilancio in deroga. Ebbene, ve li vedete entrare in una curva e pregare gli ultrà di non farsi le canne? Oppure informare Ivan Bogdanov il serbo che il fumo gli danneggia la salute?

Fuoricampo

Un’ultima parola va spesa per Bobo Vieri. Forse non tutti sanno che l’ex attaccante ha patito una profonda depressione quando giocava nell’Inter. L’ha confermato anche Melissa Satta, la bella fidanzata velina. All’epoca dei fatti, Bobo in realtà stava con Elisabetta Canalis, un’altra bella fidanzata velina. Ma poco importa: era depresso. Dopo che Tronchetti Provera, settimana scorsa, ha testimoniato nella causa civile intentata dal giocatore contro Inter e Telecom – le quali spiandolo lo avrebbero indotto alla depressione -, il suo avvocato ha ribadito la cifra chiesta per il risarcimento: 21 milioni di euro, 12 dall’Inter e 9 da Telecom. Per avere giustizia, il bomber si era rivolto al giudice Mesiano, lo stesso chiamato a dirimere la querelle tra De Benedetti e Berlusconi per l’affare Mondadori (solo per ricordarci: la toga rossa beccata da Mediaset a passeggiare furtivo con le calze turchese). Il quale non aveva eccepito, permettendo che si celebrasse il processo. Capito il giudice Mesiano? Moderno Robin Hood, lui toglie ai ricchissimi per dare ai ricchi.

di Matteo Lunardini