Commissariati e per niente scandalizzati. “Ai miei tempi un’evenienza del genere sarebbe stata uno scandalo della democrazia”, dice Gustavo Zagrebelsky, giurista ex presidente della Corte costituzionale, “soprattutto per una città dalle tradizioni che ha Bologna”. E ancora: “Il commissariamento dovrebbe essere percepito come un disonore, la triste consapevolezza di una comunità dichiarata non in grado di autogovernarsi”.

Non sembra questo l’argomento all’ombra delle due torri. Nonostante una illustre tirata di orecchie, la culla del vecchio Partito comunista, già guidata da personaggi del calibro di Renato Zangheri e Renzo Imbeni, la città del ’77 più violento, quella che si è rialzata dopo il 2 agosto, dopo Ustica e le bombe di Natale  sui treni, è disincantata più di sempre. Non ha un governo politico dopo lo scandalo che ha travolto l’ex sindaco Flavio Del Bono e le presunte creste fatte sulle note spese, e resterà tale fino al 2011. Ma soprattutto non ha candidati sui quali puntare. Troppe le personalità che gravitano su “Bologna la grassa” e che vogliono dire la loro, da Pierferdinando Casini a Luca Cordero di Montezemolo, da Fini all’editore Andrea Riffeser, da Romano Prodi a Pierluigi Bersani. Il commissario-amministatore di condominio forse è la soluzione più comoda in una fase politicamente complessa. A meno che il Pd non si convinca a riesumare il nome dell’unico candidato che potrebbe vincere a mani basse, Romano Prodi. Deve convincersene il Pd, ma soprattutto il professore che di calci negli stinchi dal centrosinistra ne ha ricevuti in abbondanza.

Alle primarie del Pd doveva correre Maurizio Cevenini, incoronato come mister preferenze (ne raccolse19.106) alle ultime regionali e l’avrebbe spuntata agevolmente sugli avversari. Poi un malore nei giorni scorsi, forse dovuto allo stress, il ricovero in terapia intensiva alla clinica Villalba di cui è stato amministratore per cinque anni, e una forzata marcia indietro. Accesso ischemico transitorio, hanno detto i medici. “Ha bisogno di riposo. Come medico e come amico”, ha detto il direttore sanitario di Villalba, Paolo Guelfi prima ancora che il Cev prendesse una decisione ufficiale, “gli consiglio di fermarsi. Non è il momento per lui di sostenere stress elettorali”. Cevenini oggi ha convocato una conferenza stampa per dire che “rinuncia al sogno della sua vita”. Ha dato ascolto ai medici. Il Pd era riuscito dopo mesi di guerre interne a fare una timida convergenza su un nome, ma avrebbe dovuto farlo sdoganare da potenziali alleati. E non sarebbe stato facile.

Un esempio su tutti? Pierferdinando Casini, conteso dai due schieramenti perché porta in dote un bel gruzzolo di voti. Bolognese, compagno di Cevenini nelle domeniche allo stadio Dall’Ara, non si era entusiasmato a sentire il nome dell’amico che eppure stima. Nei giorni scorsi nel capoluogo emiliano aveva detto di essere vicino a Cevenini per la sua salute, ma di non voler valutare nomi, solo programmi. Liquidando con una frase molto democristiana la vicenda elezioni: “Vorremmo che in campagna elettorale si parlasse di quello che i bolognesi si aspettano dal sindaco, a quel punto ci potrebbe essere una convergenza”. Tradotto molto banalmente: chi vuole allearsi con noi deve decidere con noi il candidato, altrimenti l’Udc corre sola.

Se complicata è la situazione a sinistra, peggio è il centrodestra. Per un anno il Pdl aveva lasciato la speranza a Giancarlo Mazzuca, ex direttore del Resto del Carlino, passato dalla carta stampata al salotto di Bruno Vespa e poi al parlamento in veste azzurra. Mazzuca  che del Carlino è rimasto uno degli editorialisti di punta, ora affiancato anche da Clemente Mastella, molto legato all’azionista di minoranza del quotidiano bolognese, Diego Della Valle ha parlato per mesi da candidato del centrodestra. Poi è arrivata la doccia gelida. “Il Pdl ha deciso di puntare su un uomo più legato al partito come Giuliano Cazzola”. Ovvio che Mazzuca non l’abbia presa per niente bene: “Mi auguro che non venga bruciato come è successo a me”.

Convergenza, dunque?  Figuriamoci. Cazzola, giudicato un ottimo esperto di diritto del lavoro, non piace alla Lega. Lo fa capire senza mezzi termini il sindaco di Verona Flavio Tosi, ormai pronto a intervenire su tutto: “Cazzola non è male, ma uno della Lega avrebbe più appeal tra gli elettori di sinistra”. A Tosi replica immediatamente Gianni Alemanno, sindaco di Roma: “Cazzola? Un ottimo nome, uno che parla chiaro e sa farsi sentire”.

Risultato: la città resta senza sindaco e senza un nome. Per niente scandalizzata. Dopo Del Bono e il Cinzia-gate, i bolognesi credono di aver visto tutto. Che si scannino dentro alle stanze di partito, poi vedremo, mormorano nei bar del centro. Certo è che Bologna non è più la stessa. L’aria è cambiata, la città degli studenti venuti da sud e nord, degli orchestrali e del benessere fatto a mano, assomiglia sempre di più a una metropoli indifferente a tutto. Non a caso Francesco Guccini, uno che Bologna ce l’aveva nel cuore, si è ritirato tra le montagne sull’Appennino. “Mantengo un pie-a -terre in via Paolo Fabbri – dice – ma non mi riconosco più nella città, non è la Bologna che ho conosciuto quando sono arrivato ventenne da Modena”. E dopo essersi scottato con l’esperienza Cofferati che appoggiò pubblicamente, questa volta tace. Lucio Dalla (“Bologna è una città depressa”) chiede un impegno di Romano Prodi, lo ha fatto sei mesi fa, lo fa oggi a gran voce. Il suo collega Gianni Morandi invece era “per dare una chanche a Cevenini. In alternativa candiderei Dalla”.

Parole leggere, certo, come viene relegata la loro musica. Ma che la dicono tutta sul caos che porterà alle elezioni di primavera. Non solo senza un sindaco, come dice Zagrebelsky, ma senza neppure un paio di candidati in grado di disegnare la Bologna di domani.

di Emiliano Liuzzi