Per uno straniero che sceglie il nostro paese la clandestinità è una tappa quasi obbligata. Lo sostiene l’Asgi, l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione, che ha celebrato il suo ventesimo anniversario lo scorso 17 settembre a Genova. In un seminario sulle politiche migratorie si è parlato di cittadinanza, burocrazia e integrazione, un impianto di regole farraginose che rischia di far rimanere l’Italia indietro rispetto agli altri paesi europei.

“Negli ultimi dieci anni si è assistito ad un duro inasprimento delle norme”, dice Lorenzo Trucco, presidente dell’organizzazione che punta il dito contro l’introduzione del reato di clandestinità:  “Vent’anni fa non potevamo nemmeno immaginare che fosse possibile approvare un legge di quel tipo”.

Le prime norme che hanno introdotto un’ipotesi di reato per l’ingresso irregolare nel Paese risalgono al 2002, con l’approvazione della legge Fini-Bossi che legava la concessione del permesso di soggiorno alla stipula di un regolare contratto di lavoro. “Questa cosa ha promosso una visione utilitaristica della presenza dello straniero – dice l’avvocato Nazzarena Zorzella – che, in periodi di crisi economica, espone lo straniero che perde il posto al rischio di ricadere nella clandestinità”.

Secondo i giuristi dell’Asgi, una delle novità più preoccupanti dell’ultima riforma sull’immigrazione, è il cosiddetto accordo integrazione: alla prima richiesta di permesso di soggiorno, lo straniero deve sottoscrivere un accordo con lo Stato. Lo straniero dovrà a studiare la nostra “cultura civica”, la lingua e la Costituzione. L’acquisizione di crediti formativi darà la possibilità di rinnovare il permesso, ma se l’accordo non sarà rispettato si procederà alla revoca del permesso o addirittura all’espulsione immediata. “Subordinare il soggiorno a un accordo di questo tipo – spiega l’avvocato Zorzella – significa trasformare quello che dovrebbe essere un diritto di libertà nell’oggetto di un contratto”.

Involuzione del paese Italia. Non usa mezzi termini il fondatore dell’associazione, il professor Bruno Nascimbene dell’Università Statale di Milano, che sottolinea come da noi la cittadinanza sia giuridicamente concepita come l’ultimo traguardo, come un premio da concedere alla fine di un severo percorso di regole.

Un sistema di regole in controtendenza con quanto accade nel resto dei paesi membri dell’Ue, che individuano nella concessione della cittadinanza una parte essenziale del percorso di integrazione. Uno strumento che può favorire la partecipazione degli immigrati e dei loro figli al processo democratico di un paese. “In Grecia abbiamo approvato una norma secondo cui, dopo cinque anni di soggiorno legale – spiega l’avvocato John Alavanos dell’Associazione giuridica per gli stranieri e l’immigrazione di Atene – gli stranieri hanno diritto di votare alle amministrative e sono eleggibili fino alla carica di consigliere comunale”.

Anche per gli stranieri nati in Italia i problemi non mancano. E lo testimoniano i ragazzi dell’associazione Rete G2 seconde generazioni. “La maggior parte degli italiani ignora che si può essere stranieri anche se si è nati qui”, assicura Ismail Ademi, ventisettenne albanese. E racconta: “Quando avrò un figlio dovrò sottoporlo a un calvario di code, documenti e viaggi tra ambasciate e questure”. Problemi che la maggioranza degli stranieri vive quotidianamente. Come gli ostacoli per chi studia, che difficilmente potrà integrare la sua formazione con un soggiorno all’estero o accedere a un concorso pubblico una volta laureato.

Nel corso del seminario, l’applauso più lungo è per Queenia Pereira De Oliveira. Laurea in scienze politiche e spiccato accento romano, Queenia conclude il suo intervento con alcuni versi che raccontano la sua italianità senza cittadinanza. Quei versi li ha regalati anche a ilfattoquotidiano.it.

Consapevolezza

Non avere la cittadinanza italiana
e vivere nel mio paese legata a un permesso di soggiorno
per me equivale a uscire da casa
con un paio di chiavi,
sapendo che il padrone di casa (mia) può cambiare la serratura
e lasciarmi fuori
fregandosene di tutto ciò che ho dentro casa,

dei miei affetti,
dei miei amici,
della mia famiglia,
della mia vita,
del mio futuro,

vivere nel mio paese con un permesso di soggiorno
è come dover uscire da casa (mia) e pensare a

chiudere il gas,
abbassare le serrande,
spegnere le luci,

ma anche lasciare accostata la porta avendo paura di non poter rientrare più.

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